Puniti dal miedo escénico. Un’analisi semplice, spicciola, ma che riesce a cogliere i limiti dimostrati ieri dal Napoli di Maurizio Sarri. Il Santiago Bernabéu è uno stadio che sembra non finire mai. È la casa del Real Madrid, la squadra più gloriosa al mondo. Violarlo è un’impresa da pochi.

Insigne alza gli occhi

Le attenuanti c’erano: il Napoli ha giocato l’andata del suo ottavo di finale di Champions contro i migliori e in uno stadio che agli avversari ricorda più un fortino inespugnabile che un semplice impianto calcistico. Eppure la formazione di Maurizio Sarri aveva accarezzato il sogno, lo aveva cullato insieme a quel pallone curvo calciato da Lorenzo Insigne all’ottavo minuto.

“Non alzare gli occhi” gli aveva raccomandato Diego Armando Maradona prima della partita. Ma lo scugnizzo di Frattamaggiore non sapeva che farsene di quel consiglio. Così, Insigne ha alzato gli occhi e ha visto il portiere fuori dai pali. Andava a spasso il numero 1 del Real Madrid. Senza pensarci due volte, lo scugnizzo ha calciato.

L'urlo del Napoli è poetico, ma breve

Insigne ha irriso il popolo bianco del Bernabéu infilando dalla lunga distanza un non galattico Navas. Ma quel dolce vantaggio, poetico e rabbioso come l’urlo seguente, ha vita breve. Il Real Madrid, scosso da cotanta irriverenza, affonda i colpi. Tre, uno dopo l’altro: Benzema, Kroos e Casemiro. Il Napoli trema, e lo fa con i suoi uomini migliori: Albiol, Koulibaly, Mertens, Hamsik.

Gli anticipi vanno a vuoto e i passaggi non riescono. Allora, anche i giovani in mezzo al campo affondano con tutta la barca.

Il Napoli non ha bisogno di un miracolo

Guai, però, ad alzare bandiera bianca. Il 3 a 1 di Madrid non è e non deve essere una sentenza. Il 7 marzo, al San Paolo, si giocherà la partita di ritorno. Quel giorno, che oggi appare lontano, non chiederemo un miracolo al Napoli. Alla formazione di Sarri chiederemo di giocare come sa. Allora, forse, il 3 a 1 non sarà una sentenza. E allora, forse, i galattici cadranno dalle stelle.