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Tradotto in termini calcistici, è paragonabile ad una palla riconquistata sulla trequarti con conseguente assist e sgroppata sulla fascia. Se il cross di Piersilvio Berlusconi sarà tramutato in gol dall'attaccante di turno o, magari, dallo stesso autore del traversone in seconda battuta, lo sapremo alla fine dell'azione. L'azione in questione è però del tutto simile a quelle del calcio delle serie animate giapponesi, interminabile e, dunque, dalle tre alle quattro puntate. Probabile che il 17 luglio, giorno in cui è stata convocata una conferenza stampa, Berlusconi jr. riveli com'è andata a finire la sua improvvisa quanto inattesa ripartenza in Champions League.

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L'impressione è che #Mediaset voglia cedere da subito i #diritti tv del massimo torneo continentale a Sky. Il colosso di Murdoch si è già assicurato la Champions dalla stagione 2018/2019 e, pertanto, potrebbe essere interessato ad iniziare da subito il suo monopolio. Il dialogo tra i due grandi rivali, inoltre, potrebbe riaprire il discorso sui diritti TV del campionato italiano. Come noto, l'asta per l'assegnazione della stagione 2018/2019 è stata annullata, proprio perché Mediaset non ha presentato offerte [VIDEO] e Sky ne ha fatta una formale, ben lontana dalle pretese della Lega di serie A (meno di 440 milioni di euro a fronte del miliardo richiesto, ndr).

Il 'buco' Mediaset

Perché Piersilvio Berlusconi vorrebbe cedere da subito i diritti della Champions League? La risposta a questa domanda è estremamente semplice: il Biscione aveva acquistato a suo tempo i citati diritti per 220 milioni annui, ma la campagna abbonamenti a Premium non avrebbe avuto i risultati desiderati.

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C'è un buco di bilancio non indifferente che Berlusconi ha necessità di rattoppare almeno in parte. Da qui ad intavolare una trattativa con Sky il passo è breve, ma nemmeno tanto. Vendere i diritti della Champions League non equivale a svenderli.

Calcio in stato confusionale

Per il calcio italiano, però, la questione Champions League è di secondaria importanza. I buchi in questo caso sono così tanti che non si ha la minima idea del punto iniziale di cucitura. Proposte deliranti come quella di Carlo Tavecchio che, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sui problemi strutturali degli stadi, ha proposto cinema e lap-dance, la dicono lunga su una Lega 'sull'orlo di una crisi di nervi'. C'è però una certezza, anzi un obbligo: i diritti tv della stagione 2018/2019 devono essere assegnati alla cifra richiesta, sono vitali per un sistema calcio che, in caso contrario, collasserebbe nel giro di pochi anni (ad essere ottimisti). La Lega sta vagliando ogni possibile soluzione concreta e, al di là della lap-dance, ha avviato un tour che porterà i rappresentanti dei vertici del massimo campionato in diversi Paesi esteri.

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In proposito, in una recente intervista, il ministro dello sport Luca Lotti ha lanciato un monito, onde evitare che "il campionato italiano così tecnicamente valido ed appassionante sia svenduto all'estero". Di certo la Lega non ha intenzione di svenderlo, nutriamo seri dubbi, al contrario, sul 'tecnicamente valido'. Ma questa è un'altra storia.

Dialogo Mediaset-Sky?

Pertanto, la possibile trattativa di cessione dei diritti della Champions League 2017/2018 da Mediaset a Sky potrebbe aprire un dialogo tra i due maggiori contendenti in merito al diritti TV della serie A? Mediaset, come noto, non ha presentato offerte all'asta suddetta per la tipologia del bando che, tra i criteri di assegnazione, vietava la concessione dello stesso pacchetto di gare a più gruppi televisivi. La concessione in escluisva, secondo il Biscione, è contraria ai principi della libera concorrenza e penalizza gli utenti che, in questo modo, non avrebbero scelta sul pacchetto commerciale da acquistare. Che lo spiraglio aperto da Piersilvio Berlusconi possa spalancare una porta di sollievo per la Lega è auspicabile, i diritti dell'ex campionato più bello del mondo potrebbero rientrare nel discorso. Per il nuovo bando ci sarà da attendere fino al prossimo autunno, dovrà comunque essere presentato entro sei mesi dall'inizio della stagione 2018/2019. Ma siamo davvero sicuri che investire nel calcio sia ancora conveniente per le Pay TV?

Le colpe della crisi

Che il giocattolo sia rotto da tempo è innegabile; che nessuno sembri in grado di poterlo aggiustare idem. Il calcio italiano naviga in pessime acque, per problemi economici complessivi che lo hanno reso dipendente dai grandi gruppi televisivi. Per stadi fatiscenti, sempre più vuoti e per inchieste giudiziarie (vedi il caso Infront) che gettano pesanti ombre sulla gestione dell'industria calcio. Senza contare intermediari più o meno discutibili che dettano le regole per il trasferimento dei giocatori da loro assistiti e calciatori estremamente sopravvalutati, dal punto di vista economico e tecnico, per le cui prestazioni vengono sborsate cifre da capogiro. Basti pensare che il 72 % degi incassi del calcio viene preso dai giocatori: in Spagna e Inghilterra questa percentuale è, rispettivamente, del 63 e 61 %, in Germania del 52. Gli intermediari incassano il 10 % di ogni operazione. In tutto ciò, il ministro Lotti prospetta l'inserimento di un 'pacchetto per lo sport' nella prossima Finanziaria: qui la coperta rischia di diventare un fazzoletto. Poi ci si lamenta di un calciomercato che va a rilento, dove si punta soprattutto su prestiti e giocatori svincolati. Non c'è da meravigliarsi, se consideriamo che il passivo in bilancio della serie A italiana è di 133 milioni di euro, a fronte di una Premier League che ha un utile di 718 miioni, di una Bundesliga che viaggia a più 316 milioni e di una Liga Spagnola in attivo per 264 milioni. "Cosa abbiamo noi meno di Inghilterra e Germania?", si chiede il ministro Lotti. La risposta possiamo fornirla in ordine sparso: in Italia, per esempio, quasi nessuno ha investito su impianti sportivi di moderna concezione, ci sono sempre meno fondi per i settori giovanili e non si è cercato di porre un freno all'impero degli intermediari ed alle loro commissioni record che nel Belpaese, tanto per fornire altre cifre, pesano sul 5,7 % degli introiti legati ai diritti TV. A fronte di questo scenario, è lecito chiedersi se le Pay TV per prime non stiano pensando di defilarsi (Mediaset in testa) da un sistema votato all'eccesso e vittima di sè stesso che nessuno si è sforzato di trasformare in un giocattolo meno costoso e più redditizio.