È notizia recente che Inacio Lula, Presidente del Brasile dal 2003 al 2010, fondatore ed ex capo del Partito dei Lavoratori (Pt), attualmente maggioritario, è stato rinviato a giudizio dalla magistratura per corruzione e riciclaggio di denaro. Questo nuovo assalto alla politica da parte della magistratura brasiliana si aggiunge allo scandalo, ancora più grave, concernente la Presidente attuale, Dilma Rousseff, succeduta allo stesso Lula nel 2010.

La Rousseff, infatti, è stata sospesa dalla carica in attesa che si concluda l’impeachment nei suoi confronti per aver utilizzato "fondi neri" della compagnia petrolifera Petrobras, al fine di finanziare le sue campagne elettorali del 2014 e del 2015, e di aver "truccato" i bilanci pubblici.

La crisi economica avanza in Brasile

L’acuta crisi politica del più grande e popoloso Stato del Sudamerica si aggiunge alla #Crisi economica che sta attraversando da alcuni anni. Pur facendo parte delle cinque economie del pianeta considerate emergenti – i paesi del BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – la stagnazione attuale del mercato petrolifero mondiale sta mettendo il gigante sudamericano in seria difficoltà, dato che il 45% delle sue rendite commerciali proviene dall’esportazione di materie prime e la stessa Petrobras, indebitatasi per cifre astronomiche per sviluppare giacimenti in alto mare di difficile sfruttamento, sembra sull’orlo del fallimento.

Ma la reale origine della crisi economica brasiliana è dovuta alle scelte dei governi presieduti da Lula e dalla Rousseff: l’ammorbidimento della politica fiscale e la forte espansione dei programmi per aiuti sociali; la caduta dei tassi di interesse e l’incentivo al credito per il consumo con il conseguente indebitamento delle famiglie; il contemporaneo incremento dell’intervento statale in campo economico, hanno avuto come conseguenza l’accrescimento ai livelli deli anni Settanta del debito pubblico che, in termini assoluti, è quasi il doppio di quello greco e potrebbe raggiungere il 93% del Pil entro il 2019.

Il risultato è che il Brasile sta vivendo la peggior recessione economica degli ultimi 25 anni. Nel 2015 il PIL si è contratto del 3,8%, e nel 2016 calerà ulteriormente del 2,6%. Nel marzo 2016, dieci milioni di lavoratori erano disoccupati; il tasso annuale di inflazione sfiora il 10% e non accenna a diminuire con tutte le conseguenze per i percettori di reddito fisso. Il momento di crisi, infatti, è drammatico soprattutto per le fasce più povere della popolazione, che vedono dissolversi quelle conquiste economiche e sociali a loro favore che sono state il risultato e il fiore all'occhiello del Partito dei Lavoratori di Lula e della Rousseff.

Proprio per imporsi al mondo come esempio mediatico di sviluppo e stile di vita, Lula si era candidato ed aveva ottenuto l’organizzazione dei Mondiali di Brasile 2014 di calcio, e delle #Olimpiadi di Rio de Janeiro, che si svolgeranno tra pochi giorni. Ma i Mondiali di calcio sono stati un flop sia a livello organizzativo (molte squadre hanno dovuto giocare facendo la spola tra l’Amazzonia, la costa atlantica settentrionale e quella meridionale) che nei risultati ottenuti dalla squadra di casa: la nazionale verdeoro, infatti, andò incontro a due disfatte senza precedenti, perdendo per 7-1 contro la Germania e per 3-0 con l'Olanda.

Le Olimpiadi lasciano presagire un livello organizzativo analogo con - in aggiunta - il problema dell’epidemia da virus Zika, presente attualmente nel paese e che, in caso di attacco sugli atleti provenienti da tutto il mondo, potrebbe diffondersi a livello planetario. Per il brasiliano medio, tuttavia, basterebbe che le sue squadre nazionali di volley e soprattutto di calcio (che non ha mai vinto le Olimpiadi) ottenessero la medaglia d’oro ai giochi, perché tutti i titanici problemi del paese si sciogliessero come neve al sole. #Mondiali Brasile 2014