Il ruolo delle donne nella 'galassia jihadista'. L'argomento è stato tra i tanti al centro della recente riunione, in Italia, della Commissione di studio sul fenomeno dell'estremismo islamista. Alcune giovani italiane, come Maria Giulia Sergio, Alice Brignoli e Meriem Rehaily, sono già da tempo nella lista dell'anti-#terrorismo. Leader, combattenti o semplici strumenti di propaganda, il fenomeno della radicalizzazione al femminile è comunque una realtà e la donna jihadista va oltre il ruolo stereotipato di 'sottomessa' o 'schiava sessuale dei miliziani'.

Le 'quote rosa' dell'Isis

Il numero esatto dei 'foreign fighters' europei è sconosciuto, in base alle stime tracciate nel 2015 dall'International Center for Counterterrorism sarebbero all'incirca 4.000, cifra che nell'ultimo anno è certamente cresciuta.

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Tra questi, sarebbero oltre 550 le donne che si sono trasferite nei territori occupati dal Califfato. La maggior parte sono di giovane età, di diversa estrazione sociale e cultura. Alcune hanno seguito i mariti, altre hanno intrapreso il viaggio da sole. Ci sono anche adolescenti, alcune delle quali hanno scritto sui social network di "voler seguire l'esempio di Mulan", travestirsi da uomo ed andare a combattere. Una sorta di allucinante mix tra jihad e Walt Disney.

Donne con ruoli di primo piano

Alcune donne occidentali hanno assunto ruoli di primo piano nel contesto #Isis. Tra le reclutatrici più attive a livello internazionale figura Bushra Haik, 31enne italo-canadese di origine siriana, residente da anni in Arabia Saudita. Le sue 'lezioni di Corano' online erano in realtà occasione di indottrinamento alla jihad e tra le sue 'allieve' figuravano anche le sorelle Marianna e Maria Giulia Sergio.

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La Corte d'Assise di Milano le ha condannate per terrorismo internazionale, Marianna è attualmente in carcere, Maria Giulia è latitante e non si hanno sue notizie dopo la partenza per la Siria, insieme al marito, avvenuta nel 2014. Un'autentica leader militare è invece Aqsa Mahmood, 21enne scozzese di origine pakistana. Educata nelle migliori scuole di Glasgow, è partita per la Siria nel 2013 e comanda la brigata femminile di Al-Khansaa il cui compito principale è quello di sorvegliare i postriboli di Raqqa in cui risiedono le schiave sessuali dei miliziani islamisti. Tra le 'creature' di Aqsa è nota la storia di due adolescenti, le gemelle Zahra e Salma Halane, fuggite all'età di 16 anni da Manchester e diventate spose di due terroristi. Senza contare un'altra britannica, l'ex musicista punk-rock Sally Jones, trasferita in Medio Oriente insieme al figlio di quattro anni.

Le motivazioni di una scelta radicale

Chi ha scelto di unirsi allo Stato Islamico lo ha fatto in maniera consapevole grazie all'invasivo ed efficace sistema di propaganda.

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Le motivazioni che spingono le donne a questa scelta radicale non sono diverse da quelle degli uomini: emarginazione sociale o poca fiducia nella realtà che le circonda sono le leve di questa migrazione verso gli ideali del Califfato, spacciati come 'puri e liberi dalla corruzione delle società occidentali'. Ci sono donne che inseguono il desiderio di essere pari agli uomini in una realtà che ancora oggi le lascia ai margini. Essere 'utili' ad una causa che accomuna uomini e donne in una sorta di 'fratellanza' colma questo stato di insoddisfazione, anche in un contesto che impone pesantissimi veti alle donne e si basa sulla discriminazione di genere. Libertà in un burqa ed un kalashnikov, uno dei grandi paradossi della jihad.