Sgominata ieri 30 marzo una cellula jihadista che progettava un attentato sul ponte di Rialto a #venezia. Non solo Milano, Roma o Firenze. Il #terrorismo islamico in Italia ha anche altri obiettivi, in fondo inaspettati. Dopo aver scoperto che sia Bologna che Ravenna sono obiettivi sensibili per la presenza di due monumenti che “urterebbero” gli islamisti (rispettivamente il dipinto di Giovanni da Modena nella Chiesa di San Petronio e la tomba di Dante; entrambi “rei” di aver raffigurato Maometto all’Inferno), abbiamo visto come e perchè anche Lecce sia un obiettivo sensibile e in fondo impensabile. Ma ora ne scopriamo ancora un altro: Venezia appunto.

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Certo, non del tutto inimmaginabile considerando l’alta affluenza di turisti che popola la splendida città lagunare ogni anno. Del resto, da alcuni anni il Carnevale di Venezia è particolarmente posto sotto l’attenzione delle forze armate. Tuttavia, le parole di un membro della cellula jihadista ivi formatosi sul conto di Venezia, sono agghiaccianti. E le riportiamo di seguito.

Attentato sul Ponte di Rialto: le parole della cellula jihadista

Da quanto sta emergendo in queste ore, fa rabbrividire il fatto che la cellula jihadista si sia formata proprio nel cuore di Venezia e non in periferia come in genere accade. Ossia in zona San Marco. La cellula jihadista aveva origini kosovare, a confermare il fatto che diverse basi #Isis sono a pochi chilometri da noi, nell’ex Jugoslavia.

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Queste le parole al telefono di uno di loro su Venezia, intercettate dalle forze dell’ordine: «Dobbiamo fare qualcosa di simile». Riferendosi all’attentato della settimana scorsa nei pressi di Westminster a Londra. Motivo? A suo dire: «A Venezia guadagni subito il paradiso per quanti miscredenti ci sono qua. Metti una bomba a Rialto». Dunque Venezia viene vista come una città lussuriosa, una sorta di Sodoma italiana agli occhi dei terroristi. E andrebbe colpita.

Nel blitz sono state trovate armi giocattolo, mentre nelle intercettazioni ambientali si intravede la cellula jihadista kosovara davanti a un tutorial video prodotto nel Califfato che simula la realizzazione di esplosivi. Uno di questo, portato in uno zainetto da uno dei membri, doveva appunto esplodere sul Ponte di Rialto.

Attentato sfiorato sul Ponte di Rialto: il nuovo modo di comunicare dei terroristi

Dunque, la realtà virtuale come mezzo per comunicare ed esercitarsi. Nonché progettare possibili attentati. La cellula jihadista comunicava mediante Whatsapp, Telegram e Instagram. Dunque non più caverne, deserti e videomessaggi alla Bin Laden. E’ il terrorismo 2.0. Riguardo all’attentato sfiorato al Ponte di Rialto a Venezia, per fortuna sono quattro le persone arrestate, come detto tutte di origine kosovara, tra cui pure un minorenne. Agghiacciante poi anche il fatto che per loro, morire per un attentato, è motivo di vanto e salvezza nella vita eterna. E ciò li rende ancora più pericolosi.