La sentenza emessa pochi giorni fa dalla Corte di Appello del Tribunale di Trento, che riconosce a una coppia di padri omosessuali la paternità di due gemelli nati con la tecnica dell’utero in affitto, sta spaccando le coscienze dell’opinione pubblica. Tra le tante prese di posizione, più o meno informate, c’è da segnalare quella dello scrittore #Massimo Fini, espressa sulle colonne del Fatto Quotidiano. Fini considera la sentenza trentina “semplicemente aberrante” per tre motivi: non tutela il bambino, sancisce la “mercificazione” del corpo femminile e l’Uomo sfida la Natura cercando di far scomparire la “figura della madre e della donna” con la #Maternità surrogata.

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Giudica inoltre come “cazzate” il contenuto dei libri pro #utero in affitto della scrittrice Serena Marchi. A contrapporsi alle tesi di uno dei decani del giornalismo italiano ci pensa Marilena Grassadonia, presidente dell’Associazione Famiglie Arcobaleno, secondo la quale la sentenza rappresenta una tutela per i minori e supera il divieto italiano di stepchild adoption e utero in affitto.

L’opinione di Fini

Non sono cattolico - specifica subito lo scrittore per chi non ne fosse a conoscenza - ma trovo la sentenza della Corte d’Appello di Trento, con tutte le conseguenze che implica, accolta con giubilo da molte parti, semplicemente aberrante”. Fini elenca le motivazioni che lo hanno portato ad un giudizio così netto, quasi sprezzante. Per prima cosa, tanto per non essere frainteso e preso per un oscuro clericale, precisa che “ognuno ha diritto ad agire la propria sessualità come meglio crede o istinto gli detta”, ad esclusione della pedofilia.

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Libertà individuale sacrosanta, ma tutto cambia “quando c’è in gioco un soggetto terzo”, ovvero un minore. Secondo la “legge di natura”, infatti, precisa Fini, “un bambino ha diritto di avere un padre e una madre”. “Non è affatto vero - dunque - che questa legge tutela il bambino”, anzi, al contrario, “gioca irresponsabilmente sulla sua pelle”.

Fini si scaglia poi contro la collega Serena Marchi, autrice di libri come ‘Madri comunque’ e ‘Mio tuo suo loro – donne che partoriscono per altri’ (in uscita oggi, 2 marzo 2017). Lo scrittore milanese si oppone alla visione della Marchi secondo la quale “quasi tutte le donne” che praticano la maternità surrogata e affittano il proprio utero “lo fanno con gioia” perché hanno la “consapevolezza di colmare una sorta di ingiustizia della natura che impedisce a due uomini di avere figli”. La reazione di Fini a questa visione è inequivocabile: “Non diciamo e propaghiamo cazzate”.

Spiega che “la Natura non è né giusta né ingiusta, non è né morale né immorale, è semplicemente amorale”.

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Ma la razza umana si è messa in testa di sfidarla e finirà “cacciata fuori a pedate”. Fini ritiene, infatti, “non umanamente possibile” che una donna sia felice di non vedere più suo figlio dopo averlo portato in grembo per nove mesi. Secondo lui si tratta della “solita rapina degli occidentali” nei confronti della povera gente del Terzo mondo “disposta a tutto”. E si stupisce del silenzio su questo argomento delle femministe “che ci rompono i coglioni da anni”.