Il martoriato palcoscenico siriano sta per aprire il sipario sull'ultimo atto, il più rischioso. I due attori principali, Stati Uniti e Russia, stanno muovendo le rispettive pedine su una complessa scacchiera. L'abbattimento di un jet siriano da parte di un caccia statunitense è solo il culmine di una serie di scontri sulla via di Raqqa, tra le milizie a maggioranza curda del Fronte Democratico Siriano e le forze filo-governative. Il comando americano ha giustificato l'azione in virtù di "una minaccia che il velivolo stava rappresentando per le truppe della coalizione". La risposta di Mosca è stata durissima: revocando il memorandum, l'accordo sottoscritto nel 2015 per la sicurezza aerea nei cieli siriani, tanto la contraerea quanto l'aviazione russa sono ora autorizzate a colpire qualunque oggetto volante sospetto, sia esso un drone che un jet, nell'area che vede impegnati l'esercito regolare siriano e le milizie alleate, oltre ovviamente alle forze armate di Mosca.

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La zona in questione è quella ad ovest del fiume Eufrate.

L'utilità dell'Isis

La guerra all'Isis non è mai stata una priorità nella questione siriana. Lo Stato Islamico, al contrario, è stato 'utile' agli Stati Uniti ed ai Paesi alleati nel momento in cui ha attaccato l'esercito siriano. Senza il Califfato, oggi, la presenza delle forze armate americane in Siria sarebbe ingiustificata agli occhi della comunità internazionale, motivo per cui non è mai stato fatto alcuno sforzo per costruire un'intesa con la Russia al fine di giungere ad un'azione combinata e coordinata che avrebbe risolto il problema in pochi mesi. La presenza del Daesh continua ad essere un buon pretesto per scatenare operazioni militari che in realtà hanno ben altri scopi. L'estate dell'anno scorso, ad esempio, la Turchia mascherò la sua invasione nel nord della Siria come un'avanzata anti-Isis, in realtà il vero obiettivo era di mettere in sicurezza i propri confini dal pericolo di un nascente Stato curdo indipendente.

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Il presidente siriano Bashar al-Assad, al contrario, avrebbe fatto volentieri a meno del 'problema Isis', senza il quale però non ci sarebbe stato l'intervento militare diretto della Russia, deciso dal Cremlino proprio per tutelare il prezioso alleato che non poteva reggere una guerra su più fronti. Il pretesto jihadista, infine, è stato utilizzato anche dall'Iran che ha effettuato il suo primo lancio missilistico in territorio siriano. Ufficialmente, l'ordine di Teheran aveva lo scopp di 'vendicare' i recenti attacchi terroristici al parlamento ed al mausoleo di Khomeini, in realtà è un chiaro avvertimento nei confronti di Stati Uniti ed Arabia Saudita che hanno rinsaldato i propri legami dopo la visita di Donald Trump a Riad ed hanno minacciato nemmeno troppo velatamente lo Stato persiano.

Raqqa nel mirino

Nell'ultima settimana ci sono stati ben due annunci di morte presunta relativi al leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, il primo partito da Damasco ed il secondo da Mosca. Non ci sono elementi utili per confermare o smentire la notizia, ma tali proclami evidenziano però la frenesia, da parte di Assad e di Vladimir Putin, di mostrare al mondo lo 'scalpo' del nemico pubblico numero uno.

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Questo è indicativo su quanto sia importante oggi la corsa verso Raqqa, dove la priorità non è tanto quella di sbarazzarsi del Califfato del terrore, quanto di prendersi i meriti dell'azione ed assumere il controllo dell'area. I media occidentali hanno spesso sottolineato l'avanzata della coalizione a guida USA, le cui milizie sono ormai entrate alla periferia di Raqqa. L'azione dell'esercito regolare siriano a sud-ovest della capitale del sedicente Califfato, al contrario, è stata praticamente ignorata fino al momento in cui i due eserciti si sono praticamente toccati. E qui sono iniziati i problemi.

USA: sottovalutata l'avanzata dell'esercito di Assad

L'Isis è in rotta, ormai è evidente. Se Washington era consapevole che le milizie jihadiste sarebbero crollate dinanzi ad un esercito militarmente addestrato, allo stesso modo il Pentagono ha sottovalutato l'avanzata delle truppe di Damasco. L'esercito di Assad ha percorso con rapidità la direttrice sud-orientale di Aleppo ed ha raggiunto Resafa, un avamposto fondamentale dal punto di vista strategico: in primo luogo perché si trova sulla strada per Deir el-Zor, città sotto assedio da tre anni da parte delle milizie dell'Isis, ma anche perché è sede di importanti impianti petroliferi. La vicinanza tra l'esercito siriano (rafforzato dalle milizie Hezbollah libanesi, dai Pasdaran iraniani e coadiuvato dalle forze armate russe) e la coalizione curdo-arabo sunnita (supportata dalle forze speciali statunitensi) è ormai ridotta a pochi km e l'abbattimento del jet siriano sarebbe solo la punta dell'iceberg di un confronto militare in atto. Ci sarebbero stati altri scontri per il controllo dell'area, accesi in particolare nel corso delle operazioni di recupero del pilota del velivolo abbattuto, condotte dall'esercito siriano ed ostacolate dai miliziani curdi.

La crescente presenza militare statunitense e le contromosse di Russia ed Iran

Pertanto, la revoca del memorandum sulla sicurezza dei voli ad ovest dell'Eufrate, è un atto calcolato da Mosca che in questo modo vuole scongiurare altri duelli aerei. Prospettare un'azione sconsiderata da parte americana sarebbe impensabile, il rischio è quello di uno scontro aperto tra le due superpotenze. Il Cremlino fa le sue dovute contromosse rispetto alla crescente presenza militare statunitense in Siria e l'Iran ha fatto altrettanto. 'Se pensate di poter condurre la vostra apparente guerra all'Isis attaccando l'esercito siriano, farete i conti con noi': il messaggio di Teheran, scandito dai missili lanciati sulle postazioni dell'Isis vicine a Deir el-Zor è diretto a Washington e lo possiamo tradurre in questo modo. In poco più di 140 km, quelli che dividono Deir el-Zor da Raqqa, si decideranno i destini della questione siriana e, nel contempo, i giochi delle influenze in Medio Oriente oltre ai futuri equilibri geopolitici. #Esteri