Eravamo proprio al termine delle festività natalizie, il 7 gennaio del 1987 viene ritrovato in un bosco - nei pressi dell'ospedale di Cittiglio in provincia di Varese - il corpo senza vita di #Lidia Macchi, studentessa di giurisprudenza 21enne. Coperta da cartoni e parzialmente svestita, Lidia è morta nella notte fra il 5 e il 6 gennaio dopo aver ricevuto 29 coltellate [VIDEO]. Per 30 anni gli investigatori brancolano nel buio. Qualche indagato, nessun riscontro, nessun colpevole fino allo scorso anno quando Stefano Binda, 49enne amico della vittima, viene arrestato con l'accusa di omicidio volontario.

Le indagini: da CL alla prima volta del test DNA, trent'anni in un vicolo cieco

Il 5 gennaio del 1987 Lidia Macchi si reca presso l'ospedale di Cittiglio, in visita ad un amica ricoverata.

All'uscita Stefano Binda sarebbe salito a bordo dell'auto di Lidia, appartandosi con la studentessa nel boschetto adiacente. Qui il presunto colpevole avrebbe violentato la ragazza [VIDEO] e successivamente colpita a morte. Secondo la Procura di Milano tra i due vi era una attrazione reciproca, maturata negli ambienti di Comunione e Liberazione, movimento allora praticamente sconosciuto, che entrambi frequentavano.

E proprio da qui che partono le indagini coinvolgendo dei sacerdoti vicini alla ragazza, con alibi fragili e sospetti alimentati da un paio di lettere. Una ritrovata nella borsa di Lidia, parole d'amore con frequenti riferimenti religiosi, forse uno spasimante. L'altra arrivata alla famiglia Macchi, pochi giorni dopo l'omicidio, e parla di offese ad un corpo e di vesti strappate - interpretata come una possibile confessione - che si chiudeva con un cerchio, forse un simbolo sacro o addirittura un’ostia.

Sul corpo della studentessa fu ritrovato del materiale organico (capelli non appartenenti alla vittima) che venne confrontato da un laboratorio britannico con il sangue dei sacerdoti interrogati, senza riscontri. Era la prima volta che in Italia veniva utilizzato il test del DNA in un caso di omicidio. L'inchiesta è riaperta nel 2013 quando la procura accusa un imbianchino, Giuseppe Piccolomo, già in carcere per un altro omicidio. Le due figlie lo accusano di essersi vantato dell'uccisione di Lidia Macchi. All'epoca dei fatti, inoltre, l'identikit di un molestatore che frequentava il bosco vicino all'ospedale - basato sulla testimonianza di alcune ragazze - era estremamente somigliante a Piccolomo. Successivamente l'analisi del DNA, richiesta dal legale dei Macchi, scagiona l'imbianchino. Nel 2014 alcuni giornali, entrati in possesso della lettera anonima inviata ai coniugi Macchi, la pubblicano. Un'amica comune riconosce nella missiva la calligrafia di Stefano Binda. In un’agenda trovata a casa dell'indiziato, vi era la scritta “Stefano è un barbaro assassino”e secondo la perizia calligrafica richiesta dalla procura, era compatibile con la grafia della lettera inviata alla famiglia Macchi.

La riapertura del caso e le flebili prove della procura smantellate dal DNA

Secondo il pubblico ministero l'uomo avrebbe ucciso Linda “per motivi abietti e futili, consistenti nell'intento distruttivo della donna considerata causa di un rapporto sessuale vissuto come tradimento del proprio ossessivo e delirante credo religioso”. Insomma, Stefano Binda viene arrestato un anno fa, sulla base di un movente contorto e piuttosto forzato. La grafia della lettera era in stampatello, un tipo di scrittura non personalizzata ed ascrivibile a chiunque. Anche se Binda ne fosse l'autore, il testo è più un urlo di dolore, comprensibile per un amico od un amante, che una confessione. Gli inquirenti parlano di una attrazione reciproca e nello stesso tempo di violenza. Se i due si frequentavano, l'ipotesi stupro è poco plausibile. Il castello di carte viene smontato in questi giorni, durante l'udienza davanti al Gip di Varese: quattro capelli di un 'ignoto', che non appartengono alla vittima e non sono attribuibili all'imputato Stefano Binda, sono stati trovati sui resti della studentessa riesumata nel marzo 2016. Attraverso la comparazione del Dna i periti hanno escluso con certezza che possano essere riconducibili a Binda. #misteri #cronaca nera