Sono le sette di sera del 12 gennaio quando un giovane ragazzo, di cui l’identità è ignota, è stato vittima di un’aggressione immotivata da parte di un gruppo di quasi suoi coetanei. Il ragazzo “bersaglio” ha riportato diverse ferite e una grave lesione alla milza che, in seguito, gli è stata asportata d’urgenza. L’hanno circondato in quindici sferrando giù calci e pugni per lunghi secondi: una violenza rapida che ha avuto effetti devastanti. Gli aggressori sono fuggiti, intanto il ragazzo, già debole, è stato trascinato e messo al riparo dai cugini in un bar nei pressi della stazione, aspettando l’arrivo dei soccorsi.

All’arrivo dei parenti è stato portato con urgenza all’ospedale di Giugliano dove ha subito una delicata operazione. I parametri vitali sono stabili ma dovrà affrontare una lunga rianimazione. La polizia di Giugliano è ancora sulle tracce degli aggressori cercando di capire il perché della loro reazione, a detta di molti, immotivata. Sono stati esaminati i filmati delle telecamere di sorveglianza della stazione ma gli interrogativi non sono stati ancora chiariti. Nonostante fossero le sette di sera, orario di punta, l’aggressione è stata mossa davanti agli occhi di un “pubblico” non curante di tutto quello che stava succedendo.

COME MAI NESSUNO E’ INTERVENUTO PER FERMARE TUTTO CIO’?

Cerchiamo di spiegare cosa significa porgere aiuto o intervenire nei confronti di qualcuno che si trova in difficoltà.

Per spiegare ciò dobbiamo focalizzarci su un altro contesto: l’ambiente e il comportamento sociale.

Anni addietro, due psicologi sociali, Darley e Latane, hanno cercato di indagare sui comportamenti sociali che le persone manifestavano quando qualcuno era in difficoltà e chiedeva aiuto. È stato riscontrato che la probabilità di un intervento diminuisce quando cresce il numero di spettatori.

Questo effetto è stato denominato “effetto spettatore”. Il primo caso osservato e sperimentato è stato quello di Kitty Genovese. Qui non ci troviamo in una situazione dissimile: le persone presenti si sono comportante come se nulla stesse accadendo attorno a loro ma allo stesso tempo ne erano spettatori passivi. Nei comportamenti sociali “normali” si suppone che se molte persone sono testimoni di un’emergenza che coinvolge una persona, ognuno è consapevole del fatto che deve intervenire.

Di contro, questo fenomeno è chiamato diffusione della responsabilità. Uno spettatore, da solo, sente su di sé la responsabilità di un intervento; al contrario, quando sono presenti più persone tenderà a deresponsabilizzarsi dalla responsabilità stessa poiché c’è una diffusione di dovere fra tutti i presenti riducendo così la motivazione ad intervenire. Due sono le condizioni che limitano la messa in atto di un intervento: cercare di capire cosa bisogna fare e la paura di non agire in maniera corretta dinanzi agli altri che potrebbero valutare come negativo il suo intervento.

Capita spesso di sentirci impotenti dinanzi a fenomeni di questo calibro ma possiamo, nel nostro piccolo, dare una mano e chiedere aiuto.

Dalai Lama dice: “È più facile meditare che fare effettivamente qualcosa per gli altri. Limitarsi a meditare sulla compassione equivale a optare per l’opzione passiva. La nostra meditazione dovrebbe creare la base per l’azione, per cogliere l’opportunità di fare qualcosa.” Se aiuti gli altri, a tempo debito tutto il bene fatto verrà restituito. Un gesto di generosità innesca una reazione a catena di infinito bene.