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È stato un successo di critica e di pubblico che quello che, finora, ha accolto il terzo e ultimo capitolo della saga cinematografica del Dio del Tuono. Thor: Ragnarok ha incassato più di 644 milioni di dollari dalla sua uscita, di cui più di 6,9 milioni solo in Italia. Anche il tono delle recensioni è più che soddisfatto, se persino il sito aggregatore di recensioni, Rotten Tomatoes, segnala un 92% di recensioni positive.

Dunque missione compiuta per il regista Taika Waititi, chiamato a sostituire Alan Taylor, che dopo l’esperienza di Thor: Dark World aveva deciso di non lavorare più con la #marvel? A giudicare dal successo unanime di critica e di botteghino, la deriva comica che il regista neozelandese ha impresso alla saga di Thor sembra dare ragione alla sua strategia.

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Aiuta anche il cast di attori stellari che si avvicendano sullo schermo ma quando si smette di considerare Thor: Ragnarok un passatempo per l’home video e lo si inquadra per quello che davvero è – uno dei film di punta dell’universo cinematico Marvel e della stagione autunnale 2017, costato più di 100 milioni di dollari – ci si accorge che la realtà è molto meno rosea di quello che sembra.

La trama in breve

Thor, alla vana ricerca delle Gemme dell’Infinito, finisce nelle grinfie del demone Surtur. Quest’ultimo gli rivela che Odino non governa più su Asgard e che sua sarà la mano che porterà il Ragnarok sul regno asgardiano, decretandone la fine, dopo che la sua corona sarà stata toccata dalla Fiamma Eterna, che brucia nei sotterranei del Palazzo di Odino. Il Dio del Tuono lo sconfigge facilmente e, credendo di aver scongiurato l’apocalisse fa ritorno sul suo mondo natale.

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Qui trova Odino intento a dilettarsi con rappresentazioni teatrali nella pace assoluta e lo smaschera di fronte ai suoi sudditi: si tratta di suo fratello Loki, che ha assunto le sembianze del re di Asgard e ha spedito quest’ultimo, privato dei suoi poteri, sulla Terra. I due dei viaggiano attraverso il Bifrost, ora sorvegliato da Skurge, e grazie all’aiuto del dottor Stephen Strange ritrovano Odino in Norvegia ma la riunione familiare ha durata breve: Odino annuncia infatti che la sua ora è giunta e che la sua morte libererà Hela, figlia primogenita e sorella maggiore di Thor e Loki, da lui esiliata molto tempo prima proprio per fermarne la furia distruttrice.

Nell’istante in cui Odino scompare, Hela compare di fronte a Loki e Thor, reclamando il trono di Asgard e distruggendo Mjolnir, il potente martello del Dio del Tuono. Loki, in un disperato tentativo di salvare entrambi, richiama il Bifrost ma Hela li insegue, sconfiggendoli entrambi e scagliandoli fuori dal tunnel cosmico. Sarà lei ad arrivare ad Asgard e, dopo aver sconfitto e ucciso i Tre Guerrieri compagni di Thor, si impadronisce del trono di Asgard, scegliendo come suo esecutore Skurge, unico che non si è opposto alla sua scalata al trono.

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Thor, intanto, si risveglia su Sakaar, un mondo-discarica circondato di cunicoli spazio-temporali. Qui verrà catturato dalla Predatrice 142 e consegnato al Gran Maestro, governante di Sakaar e intenzionato a farlo combattere nell’arena come gladiatore contro il suo Campione. Due saranno le sorprese ad attendere Thor: da un lato Loki, atterrato su Sakaar due settimane prima ed entrato nelle grazie del Gran Maestro; dall’altro lato il Campione, che altri non è che Hulk. Convinto di avere con sé tutto l’aiuto che gli serve, Thor è intenzionato a tornare su Asgard e fermare Hela, prima che sia troppo tardi.

Aggiungi un posto a tavola, che c’è una contraddizione in più

Thor: Ragnarok è tutto ciò che i due precedenti Thor non erano: coloratissimo, caotico, pieno di alieni, armi futuristiche, corse spaziali, battute da sit-com, smette i panni seriosi e qualsiasi tentativo di fare il verso a Il Signore degli Anelli o a Game of Thrones, per allinearsi all’estetica di Guardiani della Galassia e ai toni scanzonati, sporchi e cattivi che film come Deadpool e Suicide Squad hanno portato nell’universo cinematico dei film di supereroi.

A differenza di Guardiani della Galassia e Deadpool, però, e in modo molto simile a Suicide Squad, anche Thor: Ragnarok si presenta come un confuso guazzabuglio di personaggi in costante contraddizione, una giustapposizione disordinata di scene senza alcun legame logico fra loro, una sequenza di battute molto insipide che si portano addosso il marchio e l’estetica della Disney, che ha ormai riassorbito completamente nel suo stile cinematografico anche il #Cinema di supereroi.

Il ritmo è così sostenuto che non c’è tempo per annoiarsi ma nemmeno per emozionarsi: i vecchi personaggi sembrano spuntati fuori da un cilindro, completamente distaccati dalla poca evoluzione caratteriale che hanno subito nei film precedenti. I nuovi personaggi sono una collezione di tipi da cartone animato o da sit-com televisiva, con la felice eccezione del Gran Maestro. Quest’ultimo è il personaggio più notabile del film, grazie soprattutto all’interpretazione che ne dà un eclettico Jeff Goldblum, ben deciso a non prendersi sul serio e a non prendere sul serio un film che non prova nemmeno una volta ad essere, per lo meno, una storia ben confezionata.

Deludenti le performance di Cate Blanchett e Karl Urban: la prima, nei panni di Hela, appare costipata nello stereotipo di una cattiva da film Disney di basso livello, tutta pose drammatiche e scenate da prima donna; il secondo, che interpreta Skurge, è sempre in ombra, un po’ piegato persino nella postura, e non sembra mai convinto della parte che sta recitando. Chris Hemsworth è forse quello più a suo agio, finalmente libero dalla costrizione di interpretare un Thor che non è mai stato davvero il coraggioso e responsabile Dio del Tuono dei fumetti ma piuttosto la macchietta di un supereroe tutto muscoli e niente cervello. Tom Hiddleston, invece, prova invano a interpretare un Loki presente più per solleticare il pubblico femminile che per servire alla trama, a parte quando si tratta di offrire qualche occasione a Thor di brillare persino nel saper ingannare meglio di lui.

Grande assente Bruce Banner, tirato fuori dal cappello solo nei panni di Hulk e soltanto per spaccare, con buona pace di qualsiasi tentativo di approfondire un personaggio che già nei capitoli precedenti della saga degli Avengers era stato molto bistrattato.

L’importante è far ridere

Il peccato più grave di Thor: Ragnarok è quello di non provare nemmeno a essere un buon film di supereroi, anzi, un buon film. Dalla moltitudine di battute semi-umoristiche, che distraggono molto e fanno imbarazzare moltissimo quella fetta non piccola di pubblico al di sopra dei tredici anni, al costante rimbalzare isterico della telecamera sui personaggi che intervengono sulla scena, per finire nella successione senza filtri e senza transizioni da un evento importante all’altro, Thor: Ragnarok è un film sciatto e imperdonabile nella sua sciatteria, visto l’imponente impiego di mezzi economici e attoriali che la Marvel-Disney sta mettendo in campo per il suo universo cinematografico (dopo Infinity War, è previsto l'arrivo nelle sale anche di Capitan Marvel).

Paradossalmente, Thor: Ragnarok si segnala anche per un finale che è forse uno di quelli più coerenti nell’universo dei film di supereroi degli ultimi anni, ma che si perde e si annacqua dopo più di centoquindici minuti di strizzatine d’occhio al pubblico, personaggi che parlano ognuno seguendo un copione diverso e un tono forzatamente comico che ridicolizza e banalizza tutto. È un peccato, perché le potenzialità di un universo come quello di Thor erano già state sprecate abbondantemente nei primi due capitoli della saga ma c’era sempre la vana speranza di un finale alla Logan, qualcosa che restituisse dignità agli attori e ai personaggi.

C’era persino spazio per una virata alla commedia, quella brillante per davvero. Ciò che Taika Waititi consegna allo spettatore, purtroppo, è invece un film nello stile di uno Sharknado qualunque, con due nette differenze: un budget astronomicamente più alto – uno di quelli che andrebbero stanziati solo per costruire un film di buon livello – e la mancanza di quella vena di follia totalmente staccata dalla realtà che, per lo meno, avrebbe sorpreso l’uditorio.

L’uditorio, però, ha però solo voglia di facile intrattenimento quando entra al cinema e la Marvel-Disney sembra aver capito benissimo che frutta di più rendere i supereroi ridicoli cartoni animati che restituire loro quella dignità fumettistica che, nel corso degli anni, tanti successi pure ha dato. Con buona pace di chi è convinto che l’intrattenimento possa essere ancora fatto bene.