La terapia farmacologica classica della menopausa si basa sulla terapia ormonale sostitutiva (TOS) a base di estrogeni e/o progesterone, con lo scopo di ridurre i sintomi e prevenire l'osteoporosi. Se da un lato può dare benefici importanti, dall'altro è decisamente sconsigliato nei casi di familiarità o presenza anche pregressa del cancro alla mammella. Inoltre non è priva di effetti collaterali quali nausea, fenomeni trombotici vascolari, ipertensione, allergie o problemi autoimmuni e aumento dell'incidenza di carcinoma all'utero e alla mammella.

Ultimamente, poi, si è fatto largo l'idea di utilizzare un'#integrazione alimentare con #fitosteroli nelle donne in #menopausa.

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Questa nuova tendenza deriva da studi sulle donne asiatiche e i cui risultati dicono che:

  • Soltanto il 10-20% delle donne in menopausa riferisce sintomi vasomotori rispetto al 70-80% delle donne dei Paesi occidentali;
  • Vi è un ridotto rischio cardiovascolare nelle popolazioni ad alto consumo alimentare di soia;
  • Anche se attualmente in aumento, il tasso di fratture osteoporotiche all'anca è molto più basso di quello delle popolazioni occidentali;
  • Il tasso di tumori ovarici, endometriali e mammari risulta inferiore rispetto a quello dei Paesi occidentali.

Si è quindi verificata la fioritura di una moltitudine di studi osservazionali e randomizzati, tesi a verificare l'efficacia dei fitosteroli nella donna in menopausa.

Ma prima di capire se è veramente utile oppure no l'utilizzo dei fitosteroli nella donna in menopausa, vediamo prima cosa sono.

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I fitosteroli (o fitoestrogeni) sono un gruppo di composti non steroidei di origine vegetale, presenti in almeno 300 varietà di piante. Possono essere classificati in: isoflavoni, cumestrani, lignai e lattoni.

Gli isoflavoni sono sicuramente il gruppo più studiato e conosciuto, si trovano in natura sotto forma di biomolecole complesse, legati cioè a una molecola di zucchero (glicoside), e in tale forma non possono essere assorbiti dall'intestino umano. La microflora intestinale gioca un ruolo fondamentale per quanto riguarda l'assorbimento e la biodisponibilità di questi prodotti. Pasti molto ricchi di fibre e l'uso prolungato di antibiotici che modificano la flora batterica intestinale, possono ridurre la biodisponibilità di queste sostanze.

Controverse in merito all'uso di fitoestrogeni nel cancro mammario sono emerse da recenti studi.

i fitoestrogeni sembrano influenzare la soppressione indotta da Tamoxifene in cellule MCF-7, linea cellulare di tumore alla mammella, interferendo direttamente sull'efficacia del chemioterapico e una dieta ricca di Tamoxifene sembra annullare l'effetto del Tamoxifene in modelli sperimentali di tumore nel ratto.

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I fitosteroli inducono, inoltre, uno stimolo proliferativo su linee cellulari normali, pur mostrando un effetto protettivo antiossidante su danni ossidativi del DNA cellulare.

Per questo le linee guida sugli integratori del 2016 limitano la dose giornaliera di integratore con isoflavoni a un massimo di 80 mg/die per evitare disturbi gastroenterici (stitichezza e nausea), rash cutanei, emicrania, perdite vaginali. Peraltro, osservazioni sperimentali hanno indicato che alti dosaggi non modificano l'istologia dei dotti mammari. Si è inoltre osservato che ci possono essere interferenze dirette tra l'attività estrogenica ddi soia, alfa-alfa, trifoglio rosso e liquirizia e fluttuazioni nella pressione sanguigna sistemica.

Il rischio di effetti collaterali cresce con l'aumento dell'uso dell'integrazione in un regime dietetico ricco di proteine di soia, perché è alterata la dose giornaliera degli isoflavoni stessi. Nel tempo si è osservato che anche gli isoflavoni di soia hanno un'attività verso recettori C-ERB (recettori per gli estrogeni alfa e beta specifici) mammari e quindi non sarebbero indicati in quelle donne che hanno avuto o hanno familiarità per i tumori al seno. Inoltre gli isoflavoni di trifoglio pratensis possono interferire quasi esclusivamente con i recettoti C-ERB beta.

Da quanto detto emerge che l'individuazione di sostanze naturali e la loro combinazione sinergica in grado di offrire benefici o di modulare l'insorgenza e l'evoluzione della sintomatologia può avere importanti implicazioni per la salute e la qualità di vita della donna in menopausa, stato che per durata può rappresentare anche un terzo della vita.

Dunque, per il momento, l'impiego terapeutico dei fitoderivati per il controllo delle alterazioni para-fisiologiche tipiche della menopausa risulta ancora controversa rispetto alla garanzia di sicurezza terapeutica. Pertanto è necessario indirizzarsi ancora verso altre scelte terapeutiche di derivazione vegetale che siano standardizzate, controllabili, riproducibili, terapeuticamente funzionali, ma soprattutto stabili nel tempo.