Continua a far discutere la pubblicazione dei verbali dello stupro di Rimini ai danni di una turista polacca e di una transessuale. In un articolo su "Il foglio", Annalena Benini definisce l'utilizzo di quelle carte pornografico. Rendere pubblici i dettagli di un orrore di quel tipo fa doppiamente male alle vittime, perché le espone nuovamente ad una violenza, che si chiama vittimizzazione secondaria [VIDEO]. C'è però anche un altro aspetto che tende ad essere sottovalutato, ed è l'esito di un #processo che viene celebrato sui media, prima ancora che in un'aula di tribunale. Ecco perché.

Un errore giuridico pubblicare atti di indagine

Solo di qualche giorno fa un altro interessante articolo dell'avvocato penalista Davide Grassi, che rifletteva sulla compromissione di un diritto costituzionale ad una giusta difesa.

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Nessuno vuole giustificare gli stupratori, ma se i loro avvocati dicessero che quella diffusione ha nuociuto ai propri assistiti, non ci troveremmo davanti ad un danno, oltre che ad una beffa che non ha niente di cui far sorridere? Non si pensa mai che i giudici chiamati a pronunciarsi su un reato, sono esseri umani che interagiscono con il resto del mondo. Guardano la televisione, parlano con le altre persone, si fanno un pregiudizio, cioè un giudizio che viene prima della sentenza. Certo non si può pretendere che un giudice viva isolato dal resto del mondo, ma non è nemmeno corretto che tutti i dettagli di un crimine vengano analizzati e discussi per mesi prima di entrare in aula.

Davvero si decide al di là di ogni ragionevole dubbio? La teoria dell'agenda setting

Studi sul modo in cui viene costruita la realtà, supportati da ricerche in psicologia della testimonianza e #Criminologia, mostrano come le informazioni basilari quali luogo, dettagli, orario, per incastrare un sospettato, siano proprio quelle maggiormente suscettibili di errore. Vuol dire allora che sono altri gli elementi in gioco che influenzano un giudice quando deve decidere.

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Uno di questi è quello del modo in cui vengono raccontate le storie. La teoria dell'agenda setting afferma che noi veniamo a conoscenza di un fatto nel momento in cui ci viene raccontato, ma soprattutto dal modo in cui ci viene narrato. Per rapportare questa teoria ai fatti concreti, se un giudice vede dipinto un sospettato per mesi come un mostro in televisione, quando arriverà a processo cosa penserà di quella persona? È verosimile che sia già influenzato.

La mente dei giudici deve dare un senso alle prove: la teoria dello story model

Un'altra teoria molto nota in criminologia e scienze forensi, è quella dello story model, appositamente sviluppata per spiegare come i giudici e i giurati arrivino al verdetto. I giudici ascoltano numerose informazioni e poi le filtrano attraverso la loro concezione del mondo, la loro idea della giustizia, i loro eventuali pregiudizi verso alcune classi sociali, il loro credo su cosa la giustizia debba fare. Se partiamo dal presupposto che gli avvocati in aula raccontano la loro versione del fatto, cosa legittima, ecco che il giudice si trova a mettere d'accordo quello che gli viene raccontato con quello che lui ha immaginato.

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Se si è fatto l'idea che un imputato è colpevole, lo condannerà. Se viene invece persuaso che è innocente, lo dichiarerà non colpevole. Qual è il rischio? Che un giudice, fallibile come tutti gli esseri umani, possa venire influenzato a credere che un sospettato sia colpevole prima ancora di aver letto gli atti, solo perché le tv e i giornali lo hanno dipinto come un mostro. Quanti di noi sanno tutto su Bossetti, o si erano fatti un'idea della Franzoni, o hanno praticamente visitato la scena dei crimini di Garlasco o di Perugia, passeggiando per ricostruzioni virtuali o plastici? Ma tutto questo, cosa ha a che fare con la giustizia che si fa nei tribunali?

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