Non c'è dubbio che se ci venisse chiesto a bruciapelo di pensare ad un'opera d'#Arte, penseremmo a qualcosa di straordinario; che sia una statua di Canova, un dipinto di Van Gogh, una composizione di Mozart, o perché no un film di David Lynch, associamo istintivamente l'idea di opera d'arte a qualcosa che si allontana inevitabilmente dalla nostra quotidianeità. In un primo momento, si tende dunque a considerare l'esperienza artistica come una sorta di rottura con la realtà e l'artista come un uomo che mosso dal genio, facoltà rara e ad appannaggio di pochi eletti, riesce a realizzare qualcosa di inaccessibile alle facoltà dell'essere umano comune.

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Quest'idea comune è quella che rende di difficile comprensione l'arte contemporanea, dove il significato ha in un certo senso preso il sopravvento sulla realizzazione tecnica dell'opera d'arte: mentre l'artista prima era un esecutore dotato di un'abilità fuori dal comune, o un visionario che guardava alla realtà in maniera unica e irripetibile in nome di un'idea ben precisa (si pensi ad esempio ad un pittore come Picasso), nell'età contemporanea, quella della cosiddetta ‘Pop Art’, Andy Warhol ci insegna che anche delle scatole di detersivo (le celebri "Brillo boxes") possono essere elevate ad opera d'arte alla luce di un significato attribuitogli dall'artista, e comunemente recepito dalle masse.

Tiffany: tra arte e lusso

È possibile affermare dunque che l'arte difficilmente si presta a una definizione univoca e uguale a se stessa nel tempo, anzi questa stessa operazione potrebbe persino essere definita un errore.

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Secondo il filosofo analitico William E.Kennick è infatti un errore volere definire l'arte in modo da riunire tutte le opere sotto un denominatore comune; la rottura tra il modo classico di intedere l'arte e quello contemporaneo, il passaggio dal periodo delle belle arti a quello dove ogni produzione può essere considerata arte, non sarebbe dunque da considerare in maniera problematica, quanto piuttosto come qualcosa di fisiologico, di insito al concetto di arte stesso, da intendere come qualcosa di eterogeneo e tendente al cambiamento e all'inglobamento di nuove forme.

Deve sicuramente essere d'accordo con quest'idea anche la Tiffany & Co., nota azienda del settore lusso, che lanciando la sua linea ‘Everyday Objects’ si pone come obiettivo quello di trasformare oggetti ordinari in opere d'arte straordinarie. A farla da padrona è l'utilizzo dell'argento: nel catalogo della suddetta linea possiamo infatti trovare un gomitolo realizzato con texture d'argento, una cannuccia, un cucchiaino da gelato, un barattolo e addirittura un barattolo per i cerotti, tutti rigorosamente fatti a partire dal prezioso metallo.

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I prezzi? Inutile a dirlo, parlando di beni di lusso, si va da soli trecentocinquanta dollari per la cannuccia, fino ai novemila per i gomitoli, disponibili in soli cinque esemplari. Di fronte a prezzi talmente elevati, viene spontaneo pensare che gli intenti dell'azienda siano tutt'altro che artistici e che l'idea stessa di arte sia sacrificata in nome del più sfrenato capitalismo. È indubbio che l'arte contemporanea debba confrontarsi con il consumismo dell'era capitalista; già un filosofo come Walter Benjamin nel suo celebre scritto “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica” aveva ben messo in evidenza come la produzione dell'opera d'arte non sia più un evento unico e irripetibile, legato a un luogo e a un istante creativo, ma qualcosa di riproducibile e di sottostante alle leggi del mercato: l'opera è una merce e come tale risponde alle leggi del mercato e deve generare profitto.

Tuttavia è realmente possibile considerare un oggetto comune come un gomitolo, un'opera d'arte? L'idea di rendere straordinario un oggetto ordinario, cambiandone in questo caso il materiale di produzione, è una via realmente percorribile per la creazione di un'opera d'arte o è solo davvero un'operazione commerciale accattivante e ben infiocchettata?

Arte: un concetto mutevole

Indipendentemente dalla valenza che si vuole dare a un procedimento creativo di questo tipo, l'idea di rappresentare o riprodurre in maniera straordinaria l'ordinario, non è così campata per aria e possiede anzi una certa rilevanza filosofica. Già nell'antica grecia Platone considerava le arti figurative come l'imitazione degli oggetti reali, i quali a loro volta erano creazioni che ricalcavano le idee create dal demiurgo secondo natura. La considerazione di Platone nei confronti delle arti figurative era dunque negativa e i greci non possedevano dopotutto nemmeno una parola per definire l'arte come noi la intendiamo; la parola arte deriva infatti dal latino “Ars”, che non ha equivalente greco. I greci usavano piuttosto il termine “Technè” per indicare qualcosa prodotto secondo regole, secondo una conoscenza tecnica che permettava il processo poietico. Produrre qualcosa nell'antica grecia, da un' arma ad un suppellettile, era dunque in un certo senso qualcosa di artistico se ben realizzato, seguendo le regole produttive necessarie: un buono scudo, fatto ‘Ad Arte’ era uno scudo ben costruito che non si sarebbe rotto al primo urto con un'arma nemica e così via. Nonostante la svalutazione operata da Platone nei confronti delle arti figurative, suffragata tanto dalla sua dottrina filosofica che vedeva già nella realtà un'imitazione del mondo delle idee, quanto da una situazione politica di decadenza generale che non lasciava spazio a pratiche futili come quelle delle attività mimetiche, era già presente il germe dell'idea della produzione tecnica come imitazione di qualcosa di ordinario.

Progredendo verso l'età moderna il concetto di arte si è sempre più distaccato dalla semplice produzione tecnica, sul solco di una frattura in divenire, presente già durante il medioevo, tra artigianato e produzione artistica. Un uomo vissuto in età rinascimentale non avrebbe insomma accomunato Michelangelo a un artigiano di bottega solo in nome del fatto che entrambi lavorassero seguendo dei criteri tecnici nella realizzazione di oggetti a partire da materiali grezzi; l'opera d'arte ha quel qualcosa in più, di difficile definizione e legata inoltre al rapporto tra oggetto e fruitore, che la rende diversa da una semplice produzione d'artigianato. Il concetto viene ulteriormente arricchito e definito a metà del XVIII secolo da colui che ha fissato nella #cultura europea il termine ‘Belle Arti’: Charles Batteux definì infatti così alcune discipline (pittura, musica, scultura, danza, poesia, architettura ed eloquenza) che non solo imitavano la realtà, ma che producevano bellezza, sulla base appunto di una teoria del bello che trovò generale consenso fino all'inizio del XX secolo. L'arte assume così un valore definitorio che permette un definitivo distacco dall'artigianato e dalla scienza, in quanto non basta produrre qualcosa seguendo delle regole, possedendo dunque una ‘Scientia’, ma serve che l'opera sia veicolo di bellezza.

‘Making special’: l'arte e l'ordinario

La crisi del bello del 1900 coincide con la crisi della definizione d'arte, che veicolare un'idea anche sfruttando il brutto, il disgustoso, lo shockante; può insomma esistere un'estetica del brutto, come del bello, e se l'arte deve essere foriera di emozioni, esse possono sorgere anche da qualcosa che non incarni alcun ideale di bellezza. Di fronte a questa crisi definitoria dell'arte, e in concomitanza con la diffusione degli studi evoluzionistici, si è posta nuovamente molta attenzione sul processo di straordinarizzazione dell'ordinario. Secondo Ellen Dissanayake, filosofa e antropologa dedita all'argomento, l'arte è da considerare come un rompicapo: da un punto di vista evoluzionistico infatti essa non ha nessun valore utilitaristico, in quanto non ha aumentato significativamente il valore di fitness dell'uomo nei confronti dell'ambiente. Inizialmente dotata di valore comunicativo (si pensi ai graffiti rappresentanti scene di caccia), esaltato ancora di più dalla coevoluzione del linguaggio, l'arte ha via via perso la sua utilità senza tuttavia sparire, consistendo in un'anomalia dal punto di vista evoluzionistico, in quanto caratteristiche prive di utilità dovrebbero tendenzialmente non conservarsi.

Un 'idea di arte è invece presente in tutte le culture umane, in ogni tempo storico, e continua ad essere presente anche in tribù che continuano a vivere in uno stato pre-civilizzato, diventando di fatto caratteristica fondante dell'essere umano. Da un punto di vista evoluzionistico allora la domanda sull'arte non è tanto legata al ritrovamento di una caratteristica che accomuni tutte le produzioni artistiche, quanto alla possibilità di ritrovare la caratteristica fondante di una tendenza che anticipa le singole arti indifferentemente dallo sviluppo culturale. Dissanayake avvicina innanzitutto l'arte al gioco e al rituale: da una parte l'arte, come il gioco, simula la realtà generando situazioni verosimili senza che esse avvengano realmente (si pensi per esempio al cinema e alla letteratura), mentre dall'altra impone un valore trascendente, ritualistico a degli oggetti tendenzialmente ordinari (il caso ad esempio di una reliquia); l'opera d'arte non sarebbe dunque un oggetto in sè straordinario, ma un oggetto nato in contesti ordinari, non estetici, al quale è stato assegnato un valore di straordinarietà tramite un processo condiviso riconducibile in un certo senso alla ritualizzazione. Ogni forma d'arte usa quindi dei caratteri formali ordinari (linee, colori, note musicali, parole, movimenti del corpo...) che solo il contesto d'utilizzo e il riconoscimento comunitario rendono speciale. Chiaramente questa tendenza ha trovato applicazione in svariati contesti sociali, mutevoli durante la storia evolutiva della specie umana, ma la possibiità stessa della genesi artistica è strettamente legata a questa particolare declinazione della capacità simbolica dell'uomo.

La filosofa usa proprio il termine ‘Making special’ che è proprio il medesimo usato da Tiffany per pubblicizzare la sua linea di oggetti quotidiani di lusso, che effettivamente pur ricalcando pedissequamente la forma delle loro controparti d'uso comune non ne sono gretta imitazione ma versione speciale, resa particolare da un materiale non comune e solitamente legato a produzioni di altro tipo (gioielli).

Ovviamente oggetti di questo tipo alimentano ulteriormente il problema definitorio dell'arte contemporanea e permane il legittimo dubbio sulla reale motivazione che abbia portato la Tiffany a sviluppare la linea ‘Everyday Object’, ma allo stesso tempo devono fare riflettere su come effettivamente la produzione artistica possa muovere non necessariamente da qualcosa di rivoluzionario e visionario, ma anche da ciò che si ha sotto gli occhi nella vita di tutti giorni, senza necessariamente appellarsi a criteri appartenenti a epoche ormai passate: a ben vedere dopotutto, l'arte nel suo rendersi concreta, non è mai rimasta uguale a se stessa. #Superuovo