Azioni e obbligazioni dei mercati emergenti, si trovano al momento a quotare su valori estremamente ridotti, e per questo motivo potrebbero rappresentare un’idea di investimento per i risparmiatori. I mercati azionari di tali Paesi definiti emergenti, sono stati infatti caratterizzati da ampi e violenti ribassi (pari al 23% annualizzato), verificatisi già a partire dalla scorsa estate. Momento in cui i mercati azionari cinesi hanno manifestato notevoli debolezze e conseguenti crolli dei corsi. In effetti la Cina si è trovata e si trova tuttora a dover affrontare notevoli cambiamenti sociali ed economici che, date le notevoli dimensioni del Paese, incidono in primis sui restanti Paesi emergenti con cui la Cina intrattiene costanti rapporti commerciali.

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In effetti, tralasciando i notevoli problemi a livello sociale quali ad esempio lo spopolamento delle campagne a discapito delle città e l’abolizione dell’obbligo ad avere un figlio unico, la Cina si trova in una fase di forti squilibri economici.

Ad esempio, nel 2015 l’economia cinese è cresciuta ai ritmi più lenti degli ultimi 25 anni, si sono inoltre verificati un forte ribasso dei mercati azionari, una conseguente violenta svalutazione della moneta (cioè il Renminbi), una fuga di capitali mai vista prima d’ora: ben 637 miliardi di dollari di flussi verso l’esterno dei confini cinesi, durante il solo 2015. Sintomo, quest’ultimo, di un progressivo deteriorarsi della fiducia della popolazione economicamente più attiva. Infine, non va dimenticato l’ingente indebitamento, soprattutto nelle amministrazioni locali, che è stato necessario per finanziare opere pubbliche in alcuni casi non ultimate, e che è arrivato a rappresentare quasi cinque volte l’economia del Paese.  Dunque la situazione cinese, che tuttavia sta evolvendo, basti pensare all’esplosione dell’economia digitale e allo spostamento verso produzioni a maggiore valore aggiunto, è tuttora un elemento destabilizzante anche per il resto delle economie emergenti. 

In aggiunta alla crisi della Cina, sono da segnalare le tensioni e i conflitti che tuttora si manifestano in Medio Oriente, nonché le gravi recessioni che hanno colpito altri due Paesi importanti come il Brasile e la Russia. In questi casi, sono stati fatali le crisi registrate dai prezzi di materie prime ed energia, di cui i due citati Paesi sono esportatori netti.

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Ad aggravare ulteriormente la situazione, si sono verificate condizioni contingenti dei due Paesi, quali lo scandalo Petrobras e il conseguente destabilizzarsi della situazione politica per il Brasile, e l’embargo subito per la Russia, ad opera di Stati Uniti ed Unione Europea. Tutti questi fattori, assieme, hanno contribuito a mettere pressione al ribasso sulle azioni dei mercati emergenti, sulle obbligazioni e sulle valute di questi Paesi. Tuttavia, proprio queste pressioni al ribasso, hanno contribuito ad aumentare la redditività di lungo termine degli strumenti finanziari rappresentativi dei Paesi Emergenti. Inoltre, vanno sottolineate le tendenze demografiche favorevoli rispetto ai Paesi occidentali, un generale basso livello di indebitamento da parte delle Nazioni, e, come riportato negli studi del Fondo Monetario Internazionale, dei tassi di crescita dei prodotti interni lordi mediamente molto al di sopra dei livelli occidentali. Si pensi a titolo d’esempio alla Cina, in cui nonostante quanto si è detto, è prevista una crescita economica del 6,3% nel 2016 e del 6% nel 2017, a fronte di un tasso dell’1,7% nell’area Euro, per entrambi gli anni.

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Dunque i Paesi in via di sviluppo, possono rappresentare una scelta di investimento vincente per gli anni a venire, soprattutto se ci si concentra su Paesi come Brasile, India, Messico e Corea del Sud. #Crisi economica #Titoli di Stato