Nella seduta di mercato di ieri (5 ottobre) l'#oro ha toccato un minimo di 1.282,83 dollari all'oncia, che corrisponde al prezzo più basso registrato da quando è stato annunciato l'esito del referendum sulla Brexit, lo scorso 23 giugno. La rottura del supporto a quota 1.300 dollari ha dato il via alle vendite che hanno portato il metallo giallo a registrare la peggior performance giornaliera (-3,25%) dal dicembre del 2013. I motivi della discesa sono imputabili per lo più alla possibilità che la #Fed continui nel graduale aumento dei tassi di interesse. Altri attribuiscono la discesa alle difficoltà che Deutsche Bank sta attraversando in questi mesi.

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Oro, Fed e rialzo dei tassi

Si fanno sempre più insistenti le voci di un nuovo aumento dei tassi da parte della Fed, già a dicembre di quest'anno. A confermarlo le dichiarazioni del governatore delle sede regionale di Richmond, Jeffrey Lacker. La stabilizzazione del prezzo del petrolio a quota 50 dollari al barile e il miglioramento dello stato di salute dell'economia americana stanno infatti consigliando a i membri della Fed di continuare nella graduale salita dei tassi di interesse per scongiurare il rischio di essere sorpresi dall'inflazione. L'oro ne risentirebbe negativamente sia perché una rafforzamento del dollaro ridurrebbe la domanda globale, sia perché ritornerebbero ad affluire capitali verso i #Titoli di Stato che, al contrario dell'oro, in condizioni di tassi normali producono reddito.

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Il ruolo di Deutsche Bank nella discesa dell'oro

Le motivazioni alla base di una discesa così importante dei prezzi dell'oro raramente sono imputabili in maniera univoca ad un solo fattore. Così emerge un'altra tesi a supporto della direzione presa dai prezzi. Deutsche Bank, la banca tedesca vittima di un colpo di coda della crisi del credito, è anche uno dei maggiori operatori sul mercato dell'oro. Non è da escludere che le complessità della vicenda nella quale è coinvolta non si trasmettano ai mercati  colpendo in maniere negativa quelli in cui Deutsche Bank è protagonista. Quando un operatore di tali dimensioni si riposiziona o liquida parte del portafoglio il mercato non può che risentirne, quanto meno nel breve termine.