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Che il Governo Monti e la riforma della Fornero abbiano causato i problemi previdenziali di oggi è una cosa ampiamente conosciuta. Tutti riconoscono la durezza di una riforma che però è stata fatta in un periodo di grave #Crisi economica con lo spread balzato a livelli record. Tutti sostengono di voler tornare a riformare il sistema previdenziale per cancellare i pesanti inasprimenti che la Legge Fornero ha imposto. Il problema è che sembra difficile cambiare radicalmente il sistema che proprio grazie ai sacrifici che il Governo Monti chiese agli italiani, sembra tornato ad essere sostenibile dal punto di vista dei costi. Quando si parla di inasprimenti derivanti dalla riforma Fornero però, non si può ridurre il discorso ai soli requisiti di accesso per le #Pensioni, ma bisogna parlare anche delle pensioni già in essere, anche esse penalizzate.

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Nell’incontro tra Governo e sindacati che si terrà oggi, il Governo sembra orientato a confermare quanto già proposto lo scorso 8 settembre, cioè il ripristino del meccanismo della perequazione antecedente l’ultima riforma. Le notizie per i pensionati potrebbero essere positive, trattandosi di un aumento delle pensioni che si andranno a percepire dal 2019.

Perequazione

La Fornero per il biennio 2012/2013 stabilì il blocco dell’adeguamento delle pensioni al tasso di inflazione per quelle superiori a 3 volte il minimo, cambiando il meccanismo al risparmio per quelle inferiori a tale limite. In pratica per contenere la spesa previdenziale venne riconosciuta la perequazione solo alle pensioni di importo fino a 1402,29 euro. Per la mancata rivalutazione delle pensioni più alte esiste già una sentenza della Corte Costituzionale che ne bocciò il blocco facendo scattare il rimborso con il famoso Bonus Poletti.

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Lo stesso Bonus è tornato alla Consulta, tacciato anch’esso di incostituzionalità ed a fine ottobre, i Giudici Costituzionalisti dovrebbero emettere l’ennesima sentenza che condannerà il Governo all’ennesimo risarcimento. Il Bonus Poletti infatti rimborsò solo una parte dei pensionati vittime del blocco totale e solo in minima parte rispetto a quanto perduto per il blocco stesso. Le pensioni più basse dunque sono state salvaguardate dal blocco [VIDEO], ma per loro il meccanismo perequativo ha subito cambiamenti comunque penalizzanti.

Come cambierà dal 2019

Fino al 2018 il meccanismo non subirebbe cambiamenti perché i risparmi ottenuti servono a finanziare l’estensione di opzione donna e l’allargamento della no tax area, due interventi dispendiosi per le casse dello Stato. Come anticipato nei giorni scorsi dal Ministro Poletti, dal 2019 invece tutto tornerà con le regole antecedenti la Fornero. Si ritornerà pertanto ad applicare l’articolo 69 della legge 388 del 2000, in base alla quale le pensioni fino a tre volte il minimo venivano rivalutate in misura pari al 100% dell’inflazione, quelle da tre a cinque volte si rivalutavano al 90% del tasso di inflazione e per quelle più alte si scendeva al 75%.

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Quello che più interessa è il meccanismo, con il ritorno all’applicazione degli scaglioni [VIDEO]e non dell’intero importo. Cambia tanto perché con il Governo Monti si stabilì di applicare la perequazione in percentuale fissa sull’intero importo. Pertanto, al termine del blocco 2012/2013, la percentuale veniva applicata sull’intera #pensione e pertanto, un soggetto con una pensione di 1.800 euro si è visto riconoscere l’adeguamento al 90% su tutta la pensione. Dal 2019, tornando alle vecchie norme, lo stesso soggetto con pensione da 1.800 euro al mese, riceverebbe l’adeguamento al 100% fino alle 1.402,29 euro che sarebbe il primo scaglione, scendendo al 90% solo per la parte eccedente le 3 volte il minimo.