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L’aspettativa di vita, con la relativa decisione da parte del Governo di aumentare o meno l’età di accesso alla pensione di vecchiaia dal 2019, dovrebbe slittare all’anno prossimo. Nessun decreto è uscito a settembre e probabilmente nessuno ne uscirà da qui a fine anno. Il motivo può essere definito tattico, perché l’avvicinarsi delle elezioni politiche per il rinnovo dell’Esecutivo, sconsigliano l’attuale Governo dal mettere in atto provvedimenti poco popolari che rischiano di penalizzarlo in quanto a gradimento da parte dell’elettorato. Come per tutte le cose però, esiste un rovescio della medaglia e pertanto, se è vero che si cerca di evitare di “offendere” l’elettorato con misure che piacciono poco, si cerca di predisporre atti che potrebbero sortire l’effetto contrario, cioè aumentare la stima del paese verso l’attuale Esecutivo.

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Provvedimenti da fare guardando sempre alle casse dello Stato, che essendo povere, non autorizzano a interventi di spesa eccessivi. L#APE SOCIALE però potrebbe essere una delle misure su cui il Governo potrebbe intervenire, modificandola con un sostanziale allargamento delle platee dei beneficiari.

Ultimi aggiornamenti sulla previdenza

La Legge di Bilancio dovrebbe essere partorita non più tardi della fine di ottobre (gli ottimismi la danno in uscita intorno al 16 ottobre). Intanto, per le novità fuoriuscite dall’ultima manovra finanziaria, cioè Ape sociale e #Quota 41, entro lunedì l’Inps completerà le operazioni di valutazione delle istanze presentate dai lavoratori che ne chiedevano l’accesso. Indiscrezioni e prime risposte arrivate ai richiedenti, mettono in luce il fatto che molte domande vengono respinte.

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Troppa rigidità dell’Inps o confusione in sede di calcolo dei requisiti da parte dei lavoratori o di chi per loro ha effettuato i calcoli (Caf e Patronati), fatto sta che i primi risultati sono di segno negativo. Se a questo si aggiunge il fatto che i soldi messi sul piatto nella scorsa Legge di Bilancio [VIDEO] sembrerebbero pochi per la mole di domande presentate, evidente che la misura andrebbe corretta dopo il suo via che ricordiamolo, era sperimentale.

Correttivi possibili

Come evidenziano i sindacati, tra i quali la CGIL e la sua branca per pensionati, l’Inca, l’Inps interpreta in maniera troppo restrittiva e rigida i paletti inseriti dai legislatori. Per esempio, lo stato di disoccupazione utile al requisito di accesso per l’Ape sociale (ma anche per quota 41 in qualità di lavoratori #precoci) viene dato per buono dall’Inps solo se proveniente da licenziamento. In pratica, come scritto nella norma, chi proviene da fine contratto o da chi non aveva i requisiti di accesso alla Naspi, viene fatto fuori dalla misura e se ha presentato lo stesso istanza, la stessa viene respinta.

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Lo stato di disoccupazione poi deve essere totale e mantenuto nel tempo, perché pare che alcune segnalazioni diano per respinte istanze nelle quali un lavoratore, pur disoccupato, non centra il requisito solo perché ha svolto alcune giornate di lavoro coperte da voucher.

Un fatto che va in contrasto con l’assenza di conflitto tra Naspi e voucher sancito nelle norme dell’indennità di disoccupazione dell’Inps. Ecco perché con ogni probabilità nella prossima Legge di Bilancio si potrebbe intervenire in correzione. Probabilmente di questo si parlerà nell’incontro presso il Ministero del Lavoro di via Veneto tra Governo e sindacati che il Ministro Poletti ha appena convocato per lunedì 16 ottobre alle ore 10. Rendere più facile centrare il requisito della disoccupazione eliminando la rigidità dell’istituto del licenziamento o della correlazione tra Ape e Naspi appare fattibile. Così come prende corpo l’ipotesi di scontare i requisiti di accesso per le donne lavoratrici in base ai figli avuti. Si va verso uno sconto dei contributi necessari per l’accesso all’Ape sociale, da 6 mesi a figlio per un massimo di 2 anni. Non sarà come chiedevano i sindacati, cioè lo sconto di un anno a parto con un massimo di 3 anni, ma è pur sempre un aiuto alle lavoratrici che scelgono il sacrifico della carriera per la cura della famiglia.

Per le donne al posto dei 30 anni necessari se disoccupate, invalide o con invalidi a carico, si scenderebbe a 28. Diventerebbero 34 invece quelli necessari per accedere all’Ape agevolata in qualità di soggetti alle prese con lavori gravosi. Probabili stessi cambiamenti anche per quota 41, essendo una misura parallela all'Ape sociale, con le stesse fattispecie di beneficiari ma destinata ai lavoratori precoci.