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Quando si parla di #Pensioni la materia è molto vasta con molte forme di pensione presenti nell'ordinamento nostrano. Un fatto questo che è inequivocabile ed stato in qualche modo confermato dai dati Ocse usciti ieri 5 novembre e riportati da tutti i media, compreso il noto quotidiano economico "Il Sole24Ore". Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico dei paesi area UE, l’età pensionabile in Italia, che risulta tra le più alte in termini di età di accesso alle pensioni, si scontra con i dati relativi all'età media di uscita dal lavoro. In pratica, nonostante l’età pensionabile sia elevata e salirà ancora nel 2019, gli italiani riescono ad uscire dal lavoro in media intorno ai 63 anni.

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Questo proprio perché esistono numerose vie per lasciare il lavoro prima di raggiungere le soglie di accesso previste dall'ordinamento. Ape, quota 41, tanto per citare le nuove uscite anticipate, oppure salvaguardia esodati, salvacondotto e opzione donna per sottolineare misure più o meno vecchie, sono tutte #pensioni anticipate che abbattono l’età media di pensione degli italiani. Nell'ordinamento però, esistono due grandi branche pensionistiche, la #pensione anticipata e quella di vecchiaia. La prima è quella destinata a soggetti con una tale anzianità contributiva (uomini a 42 anni e 10 mesi e donne a 41 anni e 10 mesi), da rendere superflua l’età anagrafica per accedere alle pensioni. La pensione di vecchiaia invece è quella che si centra ad una determinata età. Entrambe le misure sono e saranno soggette all'aumento dei requisiti per l’aspettativa di vita.

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ecco cosa succederà dal 1° gennaio prossimo e cosa accadrà nel 2019 in base ai nuovi provvedimenti della Legge di Bilancio.

Età di uscita

La pensione di vecchiaia anche nel 2018 si centrerà all'età di 66 anni e 7 mesi di età. La novità del 2018 è che l’età di uscita sarà identica sia per gli uomini che per le donne. Infatti come previsto da tempo, l’anno in meno necessario per la pensione di vecchiaia delle lavoratrici fino al 31 dicembre 2017, cesserà di esistere. Per tutti la pensione si centrerà con i canonici 66 anni e 7 mesi di età e con almeno 20 di contributi versati. Dal 2019 invece, per tutti si salirà a 67 anni perché l’aspettativa di vita è in aumento ed il Governo ha confermato l’ipotesi rialzo nel 2019. Le proposte dei sindacati che volevano rinviare la decisione riguardante l’applicazione dell'inasprimento all'anno nuovo o eliminarlo del tutto sono state rispedite al mittente per via della fragilità dei conti pubblici e della altrettanto traballante sostenibilità del sistema previdenziale.

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Unico intervento degno di nota è il blocco di questo aumento già predisposto [VIDEO], per le 15 attività di lavoro gravoso a cui è già possibile concedere Ape sociale o quota 41. Solo per quanti svolgono attività gravose (le 11 della vecchia manovra sono state aumentate a 15 con marittimi, pescatori, agricoli e siderurgici), anche nel 2019 i requisiti di accesso resteranno fermi a 66 anni e 7 mesi di età e non scatteranno a 67 anni.

Uscita anche a 63 anni

Pensione di vecchiaia ed Ape non si legano tra loro solo [VIDEO]per la questione dei lavori gravosi e quindi con l’Anticipo Pensionistico sociale. L’Ape infatti è una specie di pensione di vecchiaia anticipata. Basti pensare che per la versione volontaria, quella del prestito bancario i contributi necessari sono gli stessi 20 utili alla pensione di vecchiaia. Infatti l’Ape può essere richiesto solo da soggetti che si trovano a 3 anni e 7 mesi dal raggiungere l’età utile proprio per la pensione di vecchiaia. Lo stesso vale per l’Ape sociale, anche se questa misura somiglia più ad una prestazione di sostegno al reddito o una specie di ammortizzatore sociale che ad una prestazione previdenziale vera e propria. Resta il fatto che anche se l’Ape sociale è una misura per soggetti disagiati come i disoccupati, gli invalidi, i caregiver o i lavori gravosi, rappresenta sempre un anticipo di pensione di vecchiaia. Un anticipo massimo di 3 anni e 7 mesi, quindi a partire dai 63 anni di età. La differenza però è che sono necessari 30 anni di contributi versati, sia per disabili che per disoccupati, mentre per i lavori gravosi ne servono 36. Su quest'ultimo aspetto nella Legge di Bilancio che sarà presto approvata, probabile che i contributi necessari scendano a 30 anche per i lavori gravosi, come un emendamento propone.