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Adesso che siamo entrati nel pieno della campagna elettorale, tutte le compagini politiche che cercano di vincere le elezioni e sostituire il Pd alla guida della nazione parlano di abolire la Legge Fornero. Si tratta dell’ultima riforma pensionistica di cui si ha memoria ed è quella alla quale tutti gli italiani attribuiscono molti dei problemi previdenziali. Lega e M5S per esempio parlano di cancellare definitivamente la Legge Fornero e di cambiare il sistema con quota 41 e quota 100. Ma quote, finestre, aspettativa di vita e così via, cioè gli elementi che spostano troppo in la nel tempo le #Pensioni per i lavoratori non sono cose attribuibili esclusivamente al Governo Monti ed alla riforma di Elsa Fornero.

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Gli stessi danni o forse addirittura di più li hanno provocati le riforme precedenti, quelle di Berlusconi con Maroni prima e Sacconi poi, quelle di Prodi con il Ministro Damiano o quelle che si ricordano con il nome di riforma Amato o riforma Dini.

Come sistemerebbero le cose i leader di oggi

Quota 41 è una misura che già dal 2017 ha fatto capolino nell’ordinamento previdenziale italiano. SI tratta di una misura rivolta solo a precoci e di una determinata tipologia. Secondo la misura si va in pensione con 41 anni di contributi, [VIDEO]dei quali uno versato anche discontinuamente prima dei 19 anni di età, ma solo se si è soggetti disagiati come i disoccupati, i caregivers, gli invalidi o alle prese con i lavori gravosi. Senza stare troppo a fare i conti con le coperture dell’operazione, cioè tagliare le pensioni d’oro o dare quanto più lavoro possibile ai giovani, quota 41 è il cavallo di battaglia di M5S e Lega.

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Senza limiti di età, chiunque abbia lavorato per 41 anni potrà andare in #pensione. La Lega si spinge anche oltre con quota 100, una speciale prestazione flessibile che consentirebbe di lasciare il lavoro quando età anagrafica e contribuzione versata dia 100. Questa la previdenza futura vista in base alle proposte elettorali dei due partiti.

Da Amato alla Fornero

L'ultima riforma a memoria d’uomo è quella Fornero che ha portato le pensioni ai 67 anni di età che saranno necessari nel 2019. Anche le pensioni di anzianità che proprio la Fornero ribattezzò #pensioni anticipate, nel 2019 si centreranno con 43 anni e 2 mesi di contributi. Il dramma delle pensioni troppo distanti si è iniziato a consumare però già ai tempi della prima repubblica, perché l’ultimo Governo Amato iniziò a chiedere sacrifici agli italiani sull’altare della sostenibilità del sistema pensionistico. Prima della riforma Amato datata 1992, il sistema era centrato su automatismi di calcolo di tipo retributivo. La quiescenza di vecchiaia si maturava raggiungendo 55 o 60 anni di età e 15 di contributi mentre la pensione di anzianità con 35 anni di contribuzione.

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La pensione si calcolava in base agli stipendi degli ultimi 5 anni. Con Amato si passò a pensioni di vecchiaia a 60 o 65 anni, contributi minimi 20 anni e calcolo in base agli stipendi degli ultimi 10 anni di lavoro. Sempre per la sostenibilità del sistema, dopo 3 anni arrivò la nuova riforma, quella Dini che operò cancellando il sistema retributivo e facendo entrare il sistema contributivo che ancora oggi è l’unico con cui si calcolano le pensioni. Nessun inasprimento di requisiti, con la pensione di anzianità centrabile a partire dai 57 anni, ma di fatto questo cambio di rotta costrinse i lavoratori a dover lavorare di più per percepire pensioni più alte e simili a quelle del sistema retributivo. Questo perché il sistema di calcolo delle pensioni in base ai contributi versati ed al loro valore, naturalmente rivalutato è evidentemente molto penalizzante per i lavoratori. Con Maroni (2008) poi si passò alla pensione di anzianità da 57 a 60 anni subito e poi a 61 anni e 62 anni nel 2010 e nel 2014. La soglia di contributi utili senza limiti di età [VIDEO]restò sempre a 40 anni. Con la riforma Prodi-Damiano entrarono in scena le quote, quelle che puntualmente si richiamano ancora oggi quando si parla di proposte di Damiano. Si pensò alle pensioni flessibili con quota 95, sommando sempre età (60 o 61 anni) e contributi (35 o 36 anni di lavoro) anche con le frazioni di anno. La quota 96 sarebbe salita secondo la riforma a quota 96 nel 2012 e quota 97 nel 2013.Con l’ultimo Governo Berlusconi poi, venne inserito il meccanismo dell’aspettativa di vita, con il Ministro Sacconi. Era previsto che si salisse di 3 mesi ogni 3 anni sia per i requisiti di età tipici della pensione di vecchiaia che per quelli contributivi della vecchia pensione di anzianità. In definitiva, le pensioni si sono allontanate ed in 25 anni si è passati da pensioni a 55 e 60 anni con 15 di contributi ai 67 anni e 20 di contribuiti del 2019, mentre per l’anzianità da 35 anni ai 43 e 2 mesi che serviranno lo stesso anno.