Il terremoto che nella notte dello scorso 24 agosto ha colpito il centro #italia ce l'ha urlato nuovamente e con forza: abitiamo in un paese che trema. Questa è una consapevolezza che ci scorre nelle vene insieme al sangue e che, forse, come molte altre cose figlie della propria Patria, addirittura ne compone la sostanza. La nostra bella, fragile e al contempo fortissima Italia, trema a volte, ma resiste. Trema, crolla, ma in qualche modo non cade. Lo abbiamo pensato la mattina del 24 agosto 2016, quando la concitazione delle notizie ha cominciato ad arrivarci addosso violentemente. Ancora una volta immagini di distruzione e macerie, ancora volti rigati dal pianto, quello visibile e quello interiore, peggiore del primo.

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Ancora una volta case in rovina.

Ancora una volta la devastazione

Ancora una volta centinaia di vite sparite, inghiottite nel rumore e nel tremore di quei tuoni che non vengono dal cielo ma dalla terra su cui camminiamo. Inghiottite per sempre, con tutto ciò che le ancorava al tessuto del tempo: i ricordi d’intere esistenze tramandati negli anni, le sedie (anche quelle rotte e vecchie, sì, anche loro) su cui ci si sedeva per cenare o pranzare; i tavoli che hanno sorretto i gomiti appoggiati fianco a fianco delle persone che amavamo durante le feste e gli innumerevoli ritrovi. Crollano i muri e le stanze e, con essi, anche quegli echi di risate o di pianti e di grida; le voci infinite d’infiniti giorni vissuti. Crollano le cose, tutte, anche e soprattutto quelle intangibili.

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Quelle che galleggiano nello spazio vitale e sicuro del focolare.

Crollano le persone. Si fermano, a volte per sempre, i loro respiri

E tutto si arresta in un immenso fiato sospeso che tace, tace ma grida, in quelle immagini ogni volta profondamente diverse ma terribilmente simili di orologi congelati per sempre in quel secondo di assoluto dolore. Condannati e condannanti. Destinati a sussurrare eternamente che lì, lì e a quell’ora, il mondo intero è crollato. Il mondo intero di chi, lì, viveva. E di chi, lì, in qualche coraggioso modo vivrà ancora. Con sulle spalle il bagaglio pesante della ricostruzione e nelle mani strette a pugno il coraggio e la forza che ci vogliono per non farla crollare mai, la speranza. 

La speranza non cade

Perché trema, anche lei. Trema anche la speranza. Anche lei trema, crolla, ma in qualche modo non cade. La speranza è una di quelle cose che se cade poi non si può più rialzare, come invece fanno le mura, come fanno le case, le città e i paesi.

Una speranza che cammina su terreni difficili e impervi, e si aggrappa, forte, tra le mille immagini di distruzione e devastazione, morte e dolore, a un manipolo di uomini, quel genere di uomini che indossano divise ed elmetti e che al pericolo accorrono, invece che scapparne.

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Si aggrappa alle mani scorticate e insanguinate della gente che scava ininterrottamente tra le macerie di case che prima avevano finestre illuminate di sera e spalancate al sole, di giorno; si aggrappa alle grida di gioia che esplodono, improvvise e schiaccianti, quando qualcuno rivede la luce dopo ore di buio e paura. Si aggrappa alla voce di chi racconta e mentre racconta e piange, però, combatte e vive. Cammina sullo sforzo di chi, ferito e dolorante, ha partecipato ai funerali solenni delle prime vittime del #sisma. Si muove sull'onda degli aiuti e della solidarietà che no, non è mai scontata e che no, non deve mai essere strumentalizzata.

In questi gesti e in tutte quelle altre migliaia di azioni viste e non viste, riprese o non riprese dalle telecamere, quelle che abbiamo visto decine di volte e quelle che non vedremo mai, ma vivranno nelle anime di chi le ha vissute e, un giorno si trasformeranno in altri miliardi di potentissimi semi di vita e di forza. E’ qui, che l’Italia e la speranza non cadono. E’ qui, che la vita non si ferma e si rialza. Qui, in questo paese bellissimo che trema; a volte crolla, ma non cade. #Terremoto