Che anno è, che giorno è?”. Così iniziava il ritornello della canzone “I giardini di marzo”, scritta da Mogol e cantata da Lucio Battisti nel 1972. Trovo buffo che – 35 anni dopo – mi venga in mente la stessa domanda relativamente a un altro giardino, quello di Piazza #Duomo, a #Milano.

I fatti in breve

Tra mercoledì 15 e giovedì 16 febbraio, nel giardino di Piazza Duomo di Milano sono state piantate una ventina di #Palme cui seguirà a breve la piantagione di banani, bergenie, ortensie e ibiscus. Il progetto, firmato da Marco Bay, è sponsorizzato da Starbucks, in occasione della prossima apertura del suo primo negozio d’Italia, prevista nel 2018.

Il Casus Belli

La questione ha scatenato un’orda di reazioni impensabile; sin da subito, sul web, sono apparsi commenti, tweet e post - ironici e non. Alla fine il progetto ha sollevato più critiche di quanto ci si potesse immaginare, tanto da aver tolto spazio mediatico anche alla scissione interna al Pd, o alle mosse di Trump e da essere culminato nel rogo di 3 palme.

Che la palma possa piacere o non piacere non lo metto in discussione così come non critico l’ironia che è stata fatta. Io stessa ho riso per post come “Benvenuti a Milanbudhabi” del Milanese Imbruttito in cui un cammello posa sotto le palme della Piazza.

Il problema, a mio avviso, nasce dai commenti privi di buon senso, che alimentano sentimentalismi e nazionalismi di ogni sorta. Ad esempio, il leader leghista Matteo Salvini ha dichiarato – mi corregga se sbaglio - che ora “mancano solo le scimmie”, mentre Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) ha parlato di “africanizzazione di Milano”.

Andiamo con ordine. Innanzitutto queste palme arrivano da vivai comaschi e, per la cronaca, non sono di origine africana. Infatti, la specie è di origine cinese e risale - si legge sul Corriere della Sera – a quando Robert Fortune, rientrando dalla Cina, portò nelle isole britanniche vari esemplari di palme provenienti dalle aree meridionali dell’Himalaya, poi facilmente adattatesi ai giardini europei di fine 800.

Chi grida alla mobilitazione in nome della difesa della tradizione e dell’italianità di Piazza Duomo non fa altro che parlare a sproposito e portare l’acqua al mulino dei signori di cui sopra. Dico a sproposito perché, già di per sé, parlare di “italianità” in riferimento a una città multiculturale come Milano non ha senso. In più, queste palme erano in quella stessa Piazza già a fine 800, alla faccia della tradizione.

Il dibattito va sempre bene, è segno di partecipazione e di interesse ad un determinato tema. La mobilitazione, in linea generale, pure. Ma è possibile che oggi ci si mobiliti solo per questioni di così poco conto?

Che anno è, che giorno è?

Insomma, se fino a poco fa era l’olio di palma a dividere l’opinione pubblica, oggi è la palma stessa a suscitare indignazione e ad indurre alla mobilitazione.

E allora che anno è? Siamo davvero nel 2017? E davvero in Italia, oggi, si protesta per impedire l’installazione di un "giardino esotico" in Piazza Duomo e non per problemi economico-sociali ben più rilevanti? Davvero il problema è che queste palme sono cinesi? Perché – siamo seri – è inutile lamentarsi di questo, se poi si indossano capi rigorosamente Made in China o si scattano selfie con i propri iPhone, assemblati in Cina. O davvero è un attacco alle multinazionali, nonostante poi si vada volentieri al McDonald’s, sempre lì in Piazza Duomo?

Io non so se l’installazione vuole essere una provocazione o semplice ornamento e poco mi importa perché non è questo il punto. Il punto è: a prescindere che possa essere una scelta azzardata o meno, possibile che un solo giardino fa tanto indignare, mentre non provoca nessuna reazione la mancanza di una legge elettorale in quella che è - o dovrebbe essere - una democrazia occidentale? Possibile che nella nostra Repubblica Democratica fondata sul lavoro non si protesti per l'elevata disoccupazione?

Se ci mobilitassimo per cose così – tanto per dire – forse potremmo cambiare qualcosa.