Partiamo dagli stereotipi: le famose 72 ragazze vergini in paradiso, promesse come incentivo a molti fondamentalisti islamici per farsi saltare in aria con una cintura esplosiva, non sono il punto centrale del problema. Anzi, a guardar bene, oltre ad essere un banale contentino, tale promessa è la prova inconfutabile che chi si lascia persuadere dall'incoraggiamento a sfondo sessuale (per quanto ultraterreno) facendosi miseramente esplodere, non è altro che un pessimo musulmano. Non solo perché tecnicamente si suicida (cosa severamente vietata dal Corano: 4,29-30), ma dimostra altresì di non sapere che basta semplicemente vivere pacatamente da buon credente per ricevere quel premio (fonte: Al-Miqdaam ibn Ma'di Karb).

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In altre parole: per avere le 72 vergini è sufficiente vivere da islamico moderato, rispettando il ramadan, pregando e adottando un buon comportamento secondo le regole spirituali dell'islam.

Chi sono davvero i kamikaze?

Nella storia è una costante che, all'interno di un'organizzazione (terroristica o militare che sia), i comandanti prediligano le persone meno intelligenti e psicologicamente più labili nel ruolo di kamikaze. Non solo perché le menti più brillanti servono per formulare piani strategici e guidare le truppe composte da "soldati semplici", ma anche perché, così, il rischio di ripensamenti si riduce drasticamente. È molto più facile manipolare un individuo dal basso livello di QI facendo leva sui suoi bisogni, sulle ingiustizie subite in passato e sulla narcisistica esigenza di diventare "qualcuno", piuttosto che spingere al martirio persone colte, istruite, dal pensiero libero e colme di autostima.

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A conferma di questa tesi non ci sono solo le situazioni tragicomiche in salsa jihadista che ormai abbondano sul web, o il fatto che molti attentatori islamisti un attimo prima della loro radicalizzazione fossero dei casi sociali o degli incalliti consumatori di droghe leggere e pesanti. Durante la guerra del Pacifico, l'Impero giapponese selezionò i primi e veri kamikaze (da qui il nome) per contrastare gli Alleati. L'aviazione nipponica non scelse i migliori piloti su piazza che, al contrario, avevano compiti molto più importanti come difendere i cieli nazionali dai temibilissimi bombardieri americani Dauntless, in risposta alla battaglia delle Midway clamorosamente vinta dagli Stati Uniti. Gli ufficiali giapponesi, per le missioni suicide, preferirono giovani piloti esaltati e senza grandi esperienze di volo, ragazzini più interessati a portare onore facile alle loro famiglie piuttosto che dare un contributo più ampio alla causa ideologica che stava mettendo a ferro e fuoco il mondo intero.

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La nascita della cintura esplosiva

Come sottolineato all'inizio dell'articolo, le 72 vergini in paradiso, per il kamikaze, non sono un elemento necessario per spingerlo a compiere un attentato suicida. Questo è dimostrato da tre ragioni:

  • la cintura esplosiva è nata ed è stata adoperata per la prima volta in seno alle famigerate tigri tamil, in Sri Lanka. Le motivazioni furono esclusivamente politiche e non religiose;
  • la prima cintura esplosiva (che uccise il premier indiano Rajiv Gandhi) fu fatta detonare da una donna: Thenmuli Rajaratnam. Le donne, per ovvie ragioni, difficilmente si lascerebbero persuadere a compiere un attacco suicida per una promessa meramente sessuale da godere, oltretutto, in un ipotetico aldilà;
  • la tigre tamil Thenmuli Rajaratnam, oltre che sostenere i principali motivi politici di impronta secessionista, (pare) che col suo attacco suicida desiderò vendicarsi di uno stupro perpetratole da un militare indiano.

Le vere cause scatenanti del kamikaze

I soggetti più esposti al rischio di diventare kamikaze, sono sicuramente coloro che già hanno un disagio interiore. Una depressione, ad esempio, una crisi esistenziale, o anche solo della semplice apatia. Da questa base, poi, nasce il resto. Le caratteristiche concettuali e mentali che sembrano unire quasi tutti gli attentatori suicidi della storia, navigano bene o male in due grandi mari emotivi: quello dell'odio e quello della passione ideologica e, di tanto in tanto, le acque dell'uno invadono quelle dell'altro. Quasi sempre. Un aspirante kamikaze ha bisogno di avere prima di tutto un nemico, vero o immaginario che sia. Deve odiarlo e attribuirgli tutti i disagi e le infelicità del passato, al punto da sentirsi obbligato a difendere a tutti i costi l'entità che tanto ama. Per il pilota giapponese della seconda guerra mondiale significa proteggere la patria dalle portaerei degli Stati Uniti (a buon ragione, dopotutto, viste le due bombe atomiche americane che successivamente devastarono il Sol Levante), per il terrorista islamico (di al-Qaida o dello Stato Islamico, non importa) vuol dire sradicare il peccaminoso pensiero occidentale (inclusa tutta la nazione americana e la relativa cultura) in favore dello jihadismo, mentre per la donna tamil tutto si riduce a far esplodere il proprio rancore verso lo Stato che l'avrebbe ferita nell'intimità, servendo con la sua morte il soave sogno di una nazione composta unicamente da gente della medesima etnia.

Attentatori suicidi in Europa, oggi

al-Qaeda da ormai diversi anni si è vista rubare la scena dallo Stato Islamico che, a sua volta, si sta sgretolando sotto il fuoco internazionale. Daesh ha evidentemente calpestato troppe code per pretendere di non venire sbranato dai leoni. Ha usato un dosaggio sproporzionato di brutalità che non è piaciuto all'opinione pubblica ed è proprio quest'ultima il vero motore delle superpotenze occidentali. Ma i capi dell'#Isis potrebbero aver previsto quanto sarebbe accaduto. Perché era prevedibile. Da anni, tanto da sollevare l'ipotesi che l'obiettivo originario non fosse di formare una nazione fondamentalista dai giorni contati, bensì di diffondere rancore nel cuore dei musulmani di seconda e terza generazione che vivono nell'Unione Europea, tramite una piattaforma politica e militare (lo Stato Islamico, appunto) sacrificabile, col tempo, per la causa. Quando lo Stato Islamico si spegnerà definitivamente, in Iraq e in Siria resteranno il tanfo di morte e gli indelebili traumi che alimenteranno altro odio e altri sogni zeppi di passione e illusione. In fondo è quanto accaduto in passato ed è esattamente quello che è successo da qualche mese a questa parte in Inghilterra. Nonostante Mosul e Raqqa siano stati assediati da truppe speciali, a maggio un giovane kamikaze ha fatto esplodere un ordigno durante l'ormai famoso concerto di Manchester. È quindi già iniziata l'era del #terrorismo solitario.

Il futuro delle cinture esplosive

In Occidente, la cintura esplosiva classica, quella inventata in Sri Lanka, sta per scomparire. Il mercato nero pullula di agenti segreti e, probabilmente, in una compravendita di tritolo, ci sono più possibilità di comunicare con una spia britannica o americana che con un vero trafficante d'armi. È chiaro dai fatti di cronaca che i terroristi, a furia di essere catturati dalla polizia, hanno mangiato la foglia. È il motivo per cui i lupi solitari dello Stato Islamico agiscono in Europa utilizzando grossi veicoli per falciare pedoni sul lungomare, oppure accoltellando persone per strada. Le armi favorite che riducono le probabilità di essere intercettati prima del tempo sono gli oggetti comuni, quotidiani. Persino la #bomba di Manchester (che ricorda tecnicamente quelle della maratona di Boston) sono costruite con materiale casalingo. Inoltre vi è dietro un'evoluzione inquietante. Al posto di cinture che sono "fisse" al corpo dell'attentatore, ora gli ordigni sono costruiti e deflagrati dentro dei comodi zaini. In questo modo il kamikaze diventa una sorta di ibrido: può scegliere se compiere un attentato dinamitardo e tentare la fuga, oppure farla finita con un attacco suicida. In ogni caso, l'idea stessa della cintura esplosiva (e questa è la bella notizia) sta diventando sempre più obsoleta. Anzi, gli ultimi giubbotti rilevati nelle operazioni di polizia sono risultati fasulli, finalizzati più a intimidire civili e poliziotti che ad ammazzare innocenti.

Kamikaze e Stato Islamico, mai più?

Il culto dell'immolazione suicida in terre violentate dalla guerra e dal fondamentalismo wahhabita e salafita non si cancella con un colpo di spugna. È necessario ricostruire non una, ma tante società diverse tra loro. Bisogna garantire una stabilità politica, sociale, militare e ridurre ai minimi termini il tentativo di sopprimere etnie e religioni rivali. Lo Stato Islamico è praticamente morto, però il problema più immediato risiede proprio nel suo fantasma. Qualsiasi capotribù jihadista ancora in vita, magari tra quelli sconosciuti dai mass media occidentali, potrebbe iniziare a pensare quanto sia stato facile per uno come Abu Bakr al-Baghdadi creare uno Stato tutto sommato potente, con un suo governo, un suo sistema giudiziario ed economico, un suo passaporto, una sua valuta e una sua bandiera. Il pericolo, insomma, risiede nella possibilità che qualcuno decida di ricostruire un Nuovo Stato Islamico, magari più pacato, meno cruento e più accettabile per la comunità internazionale. Quel che basta, in poche parole, per non dare alcun pretesto agli americani e ai russi di intervenire militarmente contro di lui.