Il Presidente del Consiglio Paolo #gentiloni ha comunicato a Matteo Renzi la decisione di bloccare momentaneamente la legge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. Tale legge è stata approvata dalla Camera alla fine del 2015 e da allora è in attesa di essere esaminata dal Senato. Secondo il Presidente non ci sarebbero stati i numeri necessari per l’approvazione, e inoltre, in caso di posta fiducia, sarebbe stato elevato il rischio di caduta del Governo. Il premier evidentemente auspica che questa estate bollente, sotto tutti i punti di vista, si raffreddi e rinvia, con l’intenzione di portare in Aula a settembre questa discussa legge, nella speranza che nel frattempo le trattative con i partner europei sui flussi migratori portino a degli sviluppi positivi.

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Ma cos’è lo Ius Soli, e come cambierebbe?

#Ius soli (in latino «diritto del suolo») è un'espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

In base ad una legge del 1992, chi nasce in Italia da genitori stranieri può diventare cittadino italiano, ma soltanto al compimento del diciottesimo anno di età. La nuova legge in discussione in questi giorni ne prevede una versione modificata: i figli dei migranti potranno diventare cittadini italiani, ma ad alcune condizioni. La prima è che i genitori abbiano al loro attivo almeno cinque anni di soggiorno legale e continuativo; un’altra novità riguarda il fatto che il minore, nato in Italia oppure arrivato entro i 12 anni, deve frequentare uno o più cicli scolastici; infine può chiederla chi è arrivato in Italia prima dei 18 anni e vi risiede da almeno 6, dopo aver frequentato regolarmente un ciclo scolastico ed aver ottenuto il titolo finale.

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Perché questa legge scalda così tanto gli animi?

Lo scontro tra forze politiche è forte e, da ogni parte la si guardi, l’impressione è che la faccenda finirà nel classico cul de sac. I politici, è evidente, devono fare i conti con il proprio elettorato. Che poi è fatto di persone. Vien fatto di chiedersi perché tante di queste persone si accaniscano contro una legge che definire mite e moderata è poco. La risposta è lampante, in quest’estate bollente le temperature hanno raggiunto apici folli, e così anche il livello di intolleranza nei confronti degli sbarchi dei migranti, fatalmente destinati a diventare il capro espiatorio per ogni cosa che non funziona in Italia. Il grosso dell’opinione pubblica oppone rifiuto, si parla addirittura di navi anti-sbarchi: difficile pensare, in tale contesto, che la nuova legge sullo Ius Soli sarebbe accettata, anche e soprattutto a livello di piazza, di umore. I più rifiutano i migranti tout court, figuriamoci una legge atta ad integrarne i figli.

E’ possibile una vera integrazione?

E’ innegabile che il flusso continuo degli sbarchi nel nostro territorio generi delle problematiche gravi, che vanno affrontate e risolte; ed è vero che l’Europa ci sta lasciando soli in questo compito così gravoso.

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Però non è con l’ostracismo né con l’intolleranza che andremo da qualche parte, al di là dell’aspetto amorale e ingiusto. Esistono nel territorio italiano tanti esempi di comprovata e riuscita #integrazione, situazioni in cui i migranti da problema sono diventati risorsa.

Il Centro di Prima accoglienza Don Bosco di Catania

Questo Centro di Prima Accoglienza per minori non accompagnati è attivo dal 2015 e vi lavorano, a stretto contatto, operatori e volontari. In realtà, i Centri di Accoglienza gestiti dall’Associazione Don Bosco 2000 nel catanese sono 4, tutti funzionanti nello stesso modo, seguendo le stesse regole. È superfluo sottolineare come la Sicilia sia tra le regioni più assaltate dal punto di vista degli sbarchi, e dunque potrebbe recriminare ben più di altre. Ma così non è, soprattutto grazie ad operatori che destinano quotidianamente il proprio tempo e le proprie forze a quella che ha tutti i crismi di una missione. Secondo questi operatori, la legge sullo Ius Soli, se approvata, aiuterebbe tantissimo anche loro, semplificherebbe l’altrimenti infinito iter burocratico che rende spesso impossibili i loro sforzi di equiparare i loro sfortunati ragazzi.

Chi sono questi ragazzi?

Il Centro di Catania ne ospita fino a 65, di una fascia di età che va dai 15 ai 18 anni. Sono ragazzi soli, schegge vaganti, occhi sbarrati, sguardi stralunati che sembrano non mettere a fuoco nulla quando scendono dalla nave che li ha raccolti. Non sanno cosa ne sarà di loro, del loro futuro; l’unica certezza è che le loro famiglie e i loro paesi forse non li vedranno più. Alcuni portano ferite recenti, drammatici souvenir dei lager libici. Sì perché di lager si tratta, inutile girarci attorno. Lager in cui vengono imprigionati per mesi, picchiati, torturati; e le urla delle loro sofferenze vengono fatte ascoltare live ai parenti per farli accorrere e spremere loro quanto più denaro possibile. Questo e tanto altro accade in Libia, anche se si finge di non saperlo.

Come possono diventare risorse?

Ai ragazzi del Centro Don Bosco non viene solo garantito vitto e alloggio (peraltro in una struttura che sorge sul lido catanese, perciò dotata anche di spiaggia e mare). Viene soprattutto data una possibilità di vita, di futuro. Come? Ogni giorno sono previste numerose attività: dalla necessaria alfabetizzazione con corsi su diversi livelli, alle pratiche sportive (calcio, calcetto, basket, non dimentichiamo che sono ragazzoni con muscoli da tenere attivi!), allo yoga, alla propedeutica teatrale. Dell’equipe a disposizione fanno parte anche un medico e uno psicologo. Ma fosse solo questo, potrebbe sembrare il surrogato di un villaggio vacanze.

La marcia in più, la cosa che veramente conta per tutti, non solo per i ragazzi, ma anche per i catanesi che li ospitano, è l’integrazione. A 360 gradi. Non solo linguistica, ma lavorativa, occupazionale. Il Centro d’estate ospita Grest organizzati per bambini di varie scuole ed oratori, e anche per i disabili. Ed impiega e coinvolge i ragazzi in questa ospitalità, rendendoli attivi ed utili. Così può capitare di vedere due o tre gambiani che ballano Despacito con una trentina di bimbi scatenati, o che insegnano loro a suonare il bongo; tre o quattro nigeriani che spingono le carrozzelle dei disabili a tempo di musica, facendoli divertire come non mai; e tanti altri, africani, bengalesi, quale sia l’origine poco importa, che diventano baristi del chiosco a mare, cuochi nelle cucine del centro, allenatori della squadra di calcio a 5. Ma l’incredibile organizzazione del Centro, gestito in maniera ammirevole da Cinzia Vella, psicologa e psicoterapeuta con una lunga esperienza nella gestione dei centri di migranti, non si ferma nemmeno qui.

Costruttori di ponti

I colori della bandiera della pace brillano ovunque nel Centro e nelle magliette degli operatori, che portano la scritta “Costruttori di Ponti”. Tanti infatti sono gli agganci con il territorio, per cui i ragazzi vanno a studiare l’italiano e a prepararsi per gli esami di terza media presso gli oratori salesiani presenti a Catania, in un’intelligente ottica che non li barrica all’interno del centro, distaccati dalla vita della città che li accoglie. All’interno dei suddetti oratori, oltre allo studio, diventano anche animatori per i bambini che li frequentano. Alla base c’è l’idea di vera accoglienza, che non è prendere e confinare i migranti in una struttura per tenerceli dentro un po’, in attesa dei tempi sempre più lunghi ed imprecisati delle Commissioni, passate le quali vengono rimessi in strada e ciao.

Qua c’è la volontà, l’intenzione di integrare da subito, di intrecciare gli interessi degli uni alle necessità degli altri. All’oratorio servono alcuni animatori? Eccoli. Al bar in spiaggia serve un aiuto barista? Eccolo. I bambini dei grest hanno bisogno di tante persone che li tengano d’occhio quando fanno il bagno a mare? I ragazzi arrivano di corsa, felici di poter essere utili, perfino necessari. Quelli che apprendono velocemente l'italiano sono promossi a mediatori culturali, diventando così un importante trait d'union tra operatori e ragazzi arrivati da poco che faticano ad inserirsi proprio per l'ostacolo della lingua che non capiscono né parlano. E pian piano tutti, chi prima, chi dopo, imparano. La lingua, il mestiere. Ed anche i catanesi imparano. Che questi ragazzi esistono, che sono fatti così, che si chiamano quasi tutti Mamadou o Ibrahima, che sono simpatici, sensibili, disponibili. Che sono enormemente grati a chi li aiuta in questo modo.

La conoscenza come base per non avere più paura

A chi li conosce entrano nel cuore. Coi loro sorrisi e le loro malinconie, le loro mani tese pronte a salutare, ad intrecciarsi con quelle degli altri; con i loro ritmi e le loro movenze, impossibili da imitare; con il loro rannicchiarsi negli anfratti bui del Centro, in contatto con qualche madre o padre o fratello o amico, il cellulare come un cordone ombelicale che li tiene ancora legati alla propria terra d'origine, al proprio passato.

Non tutti gli intenti degli operatori del centro vanno a buon fine, i fallimenti ci sono. E’ inevitabile, vanno messi in conto. Tanti sono peraltro gli sforzi che sfociano in un successo, che trasformano un ragazzo sfortunato e solo in un ragazzo attivo e utile per la comunità, la città, il paese che lo ospita. Se si riuscisse a smettere di vivere la diversità come un problema, come una fonte di paura e la si volgesse a nostro favore, ne beneficeremmo tutti.