La riforma delle #Pensioni è un tema caldo che è stato dibattuto lungo tutta la stagione estiva. Oltre ai cambiamenti generali all'interno del sistema previdenziale, preannunciati e poi negati (o meglio ridimensionati) dal governo Letta, l'argomento che ha tenuto banco è stato sicuramente quello delle pensioni d'oro.

Alcuni numeri: attualmente sono circa centomila i cosiddetti "pensionati d'oro" che si spartiscono una torta da oltre 13 miliardi di euro all'anno. E in tempi di crisi, sentir parlare di assegni che superano addirittura i 91 mila euro al mese (è il caso di quello corrisposto all'ex dirigente Telecom Mario Sentinelli) suscita inevitabili polemiche.

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Sulla questione interviene l'economista Pietro Ichino, che in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera descrive la proposta di Scelta Civica per la riforma del sistema pensionistico. Prima di tutto, afferma Ichino, occorre distinguere tra due tipi di pensioni d'oro.

Il primo caso riguarda "chi percepisce una pensione molto elevata perché per tutta la propria vita lavorativa ha percepito retribuzioni molto elevate, e ha versato contributi previdenziali in proporzione". In questo caso l'assegno ricco è semplicemente la diretta conseguenza dell'alta retribuzione percepita durante tutta l'attività lavorativa, che ha oltretutto portato nelle casse dello stato contributi elevati, in proporzione. In sostanza, il problema si sposta dalle "pensioni d'oro" alle "retribuzioni d'oro": è giusto che un manager, o un imprenditore, possa guadagnare tanto? Se crea valore, dà lavoro ad altre persone, fa crescere il paese, e versa contributi in proporzione, sì.

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Ma il discorso cambia radicalmente con il sistema retributivo, in vigore fino alla riforma Monti Fornero del 2011, che calcola la pensione in base solo agli ultimi 10 anni di retribuzioni percepite (per chi ha cominciato a versare contributi prima del 1978).

Il problema sorge dunque, spiega Ichino, "se il signor Rossi ha avuto la retribuzione di un milione di euro soltanto negli ultimi dieci della sua vita lavorativa, ma la sua pensione è stata calcolata per intero in proporzione alla retribuzione e contribuzione di quell'ultimo decennio". In tale caso, egli "si è effettivamente guadagnato soltanto un terzo o un quarto della pensione d'oro che gli viene erogata, mentre la parte restante è sostanzialmente regalata".

Qui sta lo "scandalo" delle pensioni d'oro. Qual è la proposta di SC? Quella di applicare un contributo straordinario non sull'importo pensionistico in sè, ma sulla differenza che si viene a creare tra la pensione calcolata in proporzione alle ultime retribuzioni e quella calcolata in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa.

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Un contributo che potrebbe essere anche di molto superiore rispetto a quello del 5 o del 10% fissato dal Governo Monti l'anno scorso e poi bocciata dalla Corte costituzionale.

"Se il contributo straordinario sarà riferito soltanto a questa differenza - conclude Ichino - la Corte non potrà non approvarlo, poiché esso non creerà una disparità di trattamento, bensì al contrario ridurrà un privilegio indebito, in un momento di straordinaria necessità".