Da Agrigento a Milano “scoppiano” le carceri italiane, aumentano i suicidi dietro le sbarre e non mancano le morti “sospette”. Ma sembra caduto nel vuoto l’appello su indulto e amnistia lanciato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un messaggio alle Camere dopo che la Corte Europea ha sanzionato l'Italia per le condizioni inumane e degradanti degli istituti penitenziari.

A soffrire sono sia i detenuti sia i loro familiari e spesso anche i poliziotti penitenziari. “Si parla di benessere degli animali, ogni capra negli allevamenti ha diritto a 2 x 2 metri, ma lì dentro ci stanno 7 e anche otto persone in celle di 14 metri quadrati”, dice il signor G.

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F. mentre è in fila davanti al carcere Petrusa di Agrigento per un colloquio con il figlio detenuto. “Stanno stipati come gli animali”, “si lavano a turno con la doccia fredda”, “mio figlio soffre di allergia e non gli danno le medicine”; queste le testimonianze di altri familiari di detenuti che ogni settimana attendono varie ore per il colloquio nel carcere agrigentino che ospita 450 detenuti a fronte di una disponibilità di 250 posti.

Secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 30 novembre scorso, la presenza complessiva conta 64.047 detenuti a fronte di una capienza di 47.649 in 206 carceri. Più di 20 mila sono i carcerati in attesa di giudizio.

Intanto salgono a 47 i detenuti suicidi nel 2013 e a 141 il totale dei decessi in carcere; l’ultimo suicidio è quello di un ex agente della polizia penitenziaria, imputato di mafia, che si è tolto la vita alla vigilia di Natale nel carcere di Caltanissetta.

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Mentre resta da fare chiarezza sulle denunce della madre di Federico Perna, il 34enne morto nel carcere di Poggioreale l’8 novembre scorso. Il giovane soffriva di gravi patologie, avrebbe subito maltrattamenti e non avrebbe ricevuto le giuste cure: sono in corso due inchieste da parte della procura di Napoli e del Dap.

“Per rispettare il termine indicato dalla Corte Europea (28 maggio 2014) per superare il sovraffollamento carcerario occorre l'indulto e al provvedimento potrebbe aggiungersi un’amnistia”, ha scritto Napolitano.

Maggioranza e #Governo, a caldo, hanno approvato e sottoscritto; ma i partiti in Parlamento non riescono ancora a trovare una posizione condivisa. I Radicali continuano a chiedere l’amnistia, ma buona parte della classe politica sembra sorda agli appelli.

Vediamo perché è difficile approvarli e in cosa consistono questi due provvedimenti di clemenza generale ad efficacia retroattiva. L’amnistia concede in pratica l’estinzione del reato, mentre l’indulto estingue la pena. Con l’amnistia lo Stato rinuncia all’applicazione della pena, con l’indulto si limita a condonare, in tutto o in parte, la pena senza cancellare il reato.

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Non è semplice trovare un accordo su indulto e amnistia perché occorre una legge approvata a maggioranza dei due terzi di ciascuna Camera (articolo 79, comma 1, della Costituzione); prima dell’entrata in vigore della legge costituzionale 1/92, che ha modificato il testo dell’articolo 79 della Costituzione, erano concessi dal Capo dello Stato previa legge delega da parte del Parlamento. L’innalzamento del quorum di votazione dalla maggioranza semplice a quella dei due terzi ha dunque reso molto più difficile attuare questi provvedimenti. Infatti dal 1992 sino ad oggi l’indulto è stato concesso solo una volta nel 2006, mentre dal 1948 al 1992 vi erano stati oltre quaranta provvedimenti legislativi di clemenza. #Unione Europea #Giorgio Napolitano