Le riforme costituzionali, da sempre oggetto di annunci, puntualmente quasi sempre rientrati come "falsi allarmi", pare proprio che siano diventate il fulcro delle prossime azioni di governo e partiti.

In questi giorni, infatti, si parla molto della modifica della natura del #Senato (con la perdita dell'elezione diretta) e dell'abolizione delle province.

Nel primo caso i tempi saranno quasi certamente lunghi, per effetto delle procedure vigenti: comprensibili, quindi, i dubbi sulla effettiva riuscita del tentativo.

Invece, pare proprio che sulle province si inizierà a fare sul serio: intanto mediante lo svuotamento delle attribuzioni, per poi procedere al riassetto delle strutture organizzative di riferimento; se le previsioni, circa i risparmi, fossero vere, potremmo solo augurarci che stavolta la cosa vada in porto.

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A questo punto, abolite le province e trasformato il Senato nella Camera delle autonomie, sembrerebbe logico attendersi un'opportuna rivalutazione della coerenza del mantenere in essere le distinzioni fra regioni ordinarie e regioni a statuto speciale.

Giusto per contestualizzare l'origine del differente trattamento, ricordiamo che per quattro di esse (Val d'Aosta, Trentino A.A., Sardegna e Sicilia) si tratta di provvedimenti risalenti alla fine della seconda guerra mondiale, mentre per il Friuli V.G. l'autonomia ha festeggiato quest'anno il cinquantenario.

All'epoca, semplificandone al massimo la genesi, si trattò di agevolare minoranze linguistiche (e/o territori che, nelle valutazioni della politica, dovevano considerarsi "particolari"), mediante il riconoscimento di autonomie spinte su temi che, per gli altri territori (le regioni ordinarie, pur previste dalla Costituzione, ancora per decenni sarebbero state di là da venire), venivano mantenuti di stretta competenza statale.

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All'autonomia legislativa (esclusiva su particolari materie, tipo la scuola…) si sommava la possibilità di mantenere, in qualche caso totalmente, il gettito fiscale generato sul territorio di competenza, con ciò procurando disponibilità di risorse rilevanti che, ancora oggi, vengono utilizzate direttamente dai "parlamentini" di quelle regioni (…e delle province di Trento e Bolzano..).

Come sempre, la capacità di trasformare questi poteri in un volano positivo per la collettività è risultata molto diversificata, in forza del variegato manifestarsi dell'azione dei politici locali. Già nel 2001, una puntata della trasmissione "Report" su Rai3 dava conto delle ben diverse valutazioni operate, in proposito, dai cittadini trentini rispetto a quelli siciliani. #Costituzione italiana

Quello che sembra lecito chiedersi oggi è se, in un contesto socio/economico tanto trasformato rispetto alle origini, sussistano ancora le motivazioni per mantenere queste distinzioni.