Ore 12.45, ora locale di Mosca: un'esplosione ha provocato oltre 18 morti, decine di feriti e distruzione. Tutto è avvenuto nella stazione di Volgograd al confine con il Caucaso, dove una donna caucasica si è fatta esplodere.

A due giorni dall'ultimo dell'anno 2013 ed a meno di un mese dall'inizio delle Olimpiadi di Sochi si ripete per la seconda volta in due mesi questo scenario di sangue che scuote la Russia.

Secondo pareri autorevoli ed esperti della situazione tra il potere centrale e la Cecenia, l'obiettivo però è sempre Mosca, anche se per due volte consecutive la strage è accaduta a Volgograd.

Bisogna considerare il contesto: la ribellione cecena spinge i suoi figli oltre le montagne del Caucaso per rivendicare la propria autonomia nei confronti della Russia.

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E questi attentati sono la prova evidente di questa guerra silenziosa e nascosta al mondo: un conflitto eterno che dura dal 1991 e che poche volte, per volere della dittatura russa e non solo, è stato scritto sui giornali nazionali ed internazionali.

Ad ottobre un attentato suicida, stavolta all'interno di un autobus, aveva provocato terrore e sette morti.

La ribellione cecena è tutt'altro che sedata dall'ex URSS: non ci sono più i principali capi e padri della rivolta, non si scrivono cronache di attentati spettacolari e rapimenti così come negli anni passati, ma bastano questi non proprio singoli casi per fa ripiombare la Russia nel terrore.

Questa pagina nera viene scritta dando ragione all'organizzazione americana per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) che ha indossato la maglia altrettanto nera alla grande nazione di Putin all'inizio di questo 2013.

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