I recenti sviluppi dell'affaire Ucraina, con le rivolte di Piazza Maidan, le dimissioni di Yanukovich e l'occupazione della Crimea da parte della Russia, propongono una doverosa riflessione sullo stato dell'arte della politica estera e di difesa comune europea.

La risposta dell'#Unione Europea alla crisi ucraina non è stata soddisfacente, a causa dei continui tentennamenti e delle divergenze d'interessi tra i membri stessi.

Per capire le difficoltà dell'Unione bisogna analizzarne le strutture istituzionali, le politiche adottate e gli interessi degli stati membri.

In primo luogo, prima del Trattato di Lisbona, la PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) si occupava essenzialmente della gestione comunitaria della politica estera, mentre i sistemi difensivi erano affidati alla PESD (Politica Europea di Sicurezza e Difesa).

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Essi non erano altro che acronimi obsoleti, in quanto entrambi mancanti di reale potere decisionale; per questo motivo sono state riunite nel CSDP (Common Security and Defence Policy) con l'introduzione di un Alto Commissario per la Politica estera.

I limiti e i problemi non sono stati risolti. La CSDP può solamente adottare posizioni comuni o azioni congiunte, ma l'iter istituzionale, nonostante l'UE sia un organo sovranazionale, resta intergovernativo, data la resistenza ancora insormontabile degli stati europei a cedere sovranità in materia di difesa e politica estera. In pratica i 28 ministri degli esteri si riuniscono per gli ordini del giorno, al fine di ratificare accordi; tuttavia, nelle situazioni di crisi, ogni stato agisce unilateralmente, evitando il Consiglio e seguendo la propria personale agenda, adducendo poi motivi di impossibilità di giungere ad un accordo.

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De facto, il carattere intergovernativo è il primo vero limite a una politica estera e di sicurezza comune.

Il secondo motivo invece caratterizza il campo militare ed è giustificato da necessità storiche ed economiche. I paesi europei, immaginando uno scenario intra-europeo ormai privo di guerre, hanno deciso di diminuire il loro military burden (spese militari) - questione dettata anche dalla crisi economica - cercando di organizzare le strutture militari secondo i criteri di modularizzazione, standardizzazione e specializzazione. Il fine è ridurre i costi massimizzando i sistemi difensivi, ma rimangono riserve sull'allocazione delle strutture e sulla fiducia cooperativa tra stati.

Così come nella politica economica, anche in politica estera il particolarismo, i conflitti d'interesse, il perseguimento delle agende statali, l'eterogeneità plurisecolare del sistema e le strutture istituzionali, rischiano di rendere l'Unione Europea un qualcosa di evanescente e privo di reale potere, riducendo la credibilità di un progetto serio e maturo.