A Hong Kong la chiamano già Umbrella Revolution. Le strade di Hong Kong, infatti, hanno visto migliaia di studenti armati solamente di ombrelli per difendersi dai lacrimogeni. Stanno protestando per ottenere maggiori diritti democratici. Per tutto il mondo è il movimento "Occupy Central", e non sta mettendo in discussione solo l'autorità del governo cinese. Il movimento, esploso dopo l'annuncio fatto da Pechino di voler limitare le libere lezioni del governatore dell'isola, indette per il 2017, vuole rovesciare l'intero sistema economico che ha costretto l'hub finanziario alle dipendenze (in larga parte) dei mercati cinesi. Pechino ha deciso, perciò, di mantenere un linea dura, cercando di ristabilire l'ordine il più velocemente possibile, riportando l'isola ad essere quel paradiso finanziario che tutti immaginiamo.

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Occupy Central, un movimento per la libertà politica ed economica

“Circa il sessanta per cento del valore della Borsa dell'isola dipende da imprese cinesi. Il capitale cinese, quindi, ha un ruolo dominante nel nostro mercato finanziario. Il che significa che la borghesia della Cina continentale e gli interessi dei tycoon coincidono. E quindi la gente sa benissimo che il nostro governo è colluso con il Partito comunista cinese e che l’attacco alle nostre libertà arriva da un’alleanza tra il governo autocratico cinese e il grande business locale”. Il ragionamento di Au Loong- Yu, direttore di China Labour Net e da decenni attivista del movimento operaio locale, è limpidissimo. Ed è lo stesso ragionamento che hanno fatto nelle stanze dei bottoni di Pechino.

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Il centro finanziario gode di privilegi che nessun altra regione della Cina può vantarsi di avere. E', infatti, una delle più importanti piazze finanziare per il governo comunista. E si sa, ricevere privilegi implica avere  debiti con qualcuno. 1,4 miliardi di abitanti non si governano solo concedendo privilegi. A inizio giugno, Pechino aveva, non a caso, pubblicato un libro bianco per ricordare ai cittadini dell’ex colonia che “l’alto livello di autonomia non è un potere intrinseco, dipende solo dall’autorizzazione data dal governo centrale”. Il governo di Hong Kong, insomma, è profondamente legato ai dettami di quello cinese. E questa rivoluzione mina non solo la stabilità politica della regione, ma anche quella economica.

Hong Kong sta ormai perdendo la sua importanza come hub finanziario a favore di altri centri economici. Primo fra tutti Shanghai, in Cina. E' proprio questa la grande paura degli abitanti dell'isola. Non si parla solo di democrazia, ma di un forte rischio di esternalizzazione in Cina.

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Già un anno e mezzo fa fecero notizia gli scioperi degli operai portuali di Hong Kong. All'epoca la minaccia cinese per sedare le proteste fu quella di trasferire le attività portuali a Shenzhen, nella Cina continentale. E la minaccia rimane la stessa oggi. In Cina c'è ancora chi è disposto a lavorare per niente, a Hong Kong non più. Il rischio di esternalizzazione è, quindi, forte e pressante. Staccarsi dall'ingerenza cinese, per il centro finanziario, significherebbe quindi ottenere maggiori diritti democratici ma soprattutto economici. Quella di Occupy Central è una rivolta economica e sociale, che vuole contrastare la progressiva perdita di importanza dell'isola. Progressiva, non definitiva. Hong Kong, infatti, per Pechino resta ancora un hub finanziario fondamentale. Un vetrina per l'Occidente e una porta d'accesso, sempre per l'Occidente, al mercato cinese. Ed ecco, perché, è fondamentale per il governo comunista bloccare la rivolta. Costi quel che costi. Le democrazia si muove ancora con i soldi, insomma. Cosa ne pensate di questa rivolta? L'ingerenza cinese, nel quadro dell'economia globale attuale, è giustificata?