Lo scontro tra gli studenti di Hong Kong e il governo centrale cinese sembra essere arrivato ad un punto cruciale. Il governatore dell’ex colonia inglese Leung Chun-Ying ha chiesto la fine "immediata" delle proteste, ma i leader del movimento Occupy Central hanno rispedito al mittente l’intimazione, rilanciando con la richiesta di dimissioni di Leung. Intanto la protesta si allarga in modo spontaneo dagli studenti ai cittadini comuni, tanto che si contano in oltre 100.000 le persone scese in piazza a bloccare le principali arterie della città che neanche la polizia, intervenuta con lacrimogeni e spray al peperoncino e manganelli, è riuscita a disperdere.

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LE ELEZIONI DEL 2017

La protesta degli studenti di Hong Kong è nata alcuni giorni fa con l’introduzione, da parte del governo, di limitazioni al regolamento per le elezioni in programma per il 2017. Si tratta delle prime elezioni a suffragio universale dopo il ritorno alla Cina della ex colonia inglese avvenuto nel 1997. Nello stesso anno era stata approvata una Costituzione che garantiva altri 25 anni di autonomia ad Hong Kong, con lo svolgimento delle prime elezioni libere nel 2017. Le limitazioni introdotte costituiscono una violazione della Costituzione in quanto istituiscono, di fatto, un controllo del governo centrale di Pechino sui candidati. Alla protesta degli studenti si sono uniti i movimenti democratici, sostenuti anche dalla chiesa cattolica con la presenza dei vescovi nelle strade.

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LA RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI

La protesta, che ha preso il nome di “rivoluzione degli ombrelli” in quanto usati dai manifestanti per ripararsi dal sole cocente, ma anche dai lacrimogeni della polizia e per scriverci i loro slogan, è sostenuta anche da Taipei e dagli stati occidentali, che hanno invitato il governo cinese a dare prova di saggezza ascoltando le richieste dei giovani. La risposta di Pechino è stata ferma ed eloquente assicurando "pieno sostegno al governo di Hong Kong contro gli atti illegali dei manifestanti". Una dichiarazione che lascia ben intendere l’intenzione di non retrocedere di neanche un millimetro dalle sue posizioni, anche perché rappresenterebbe l’apertura di una falla nelle posizioni sostenute da decenni verso le richieste indipendentiste del Tibet. La situazione sembra quindi avviarsi allo scontro muro contro muro, con i leader della protesta che minacciano un’ulteriore escalation della protesta con scioperi e occupazioni. L’oscuramento di tutti i social network, #facebook, Instagram, #Twitter, non è un segnale rassicurante.