#Matteo Renzi ha vinto. Il Partito Democratico ha approvato con 130 voti favorevoli (oltre l’80% dei presenti), 20 quelli contrari e 11 astenuti l’ordine del giorno relativo alla riforma del lavoro (in particolare l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) proposta dal #Governo. La minoranza si è divisa sull’ordine del giorno poco prima dell’inizio del voto con Roberto Speranza che annunciava l'astensione di una parte di Area riformista, mentre l'altra era tentata dal voto contrario. Il documento punta a sostenere l’esecutivo nell’attuazione di strumenti per creare una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca il procedimento giudiziario con indennizzo e non col reintegro il quale pur restando per il licenziamento discriminante ora contemplerà anche quello disciplinare, realizzare i servizi per l'impiego volti ad interesse nazionale, una rete più estesa di ammortizzatori sociali ai precari, la riduzione delle forme contrattuali favorendo il lavoro a tutele crescenti.

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Il presidente del Consiglio, nel discorso pronunciato prima della votazione, ha definito in modo positivo la discussione odierna che però non è riuscita a unire tutti i presenti: ha auspicato che in Parlamento si possa votare in modo convergente e ha risposto alle durissime accuse lanciate contro di lui da Bersani il quale lo aveva accusato di usare il “metodo Boffo” e quelle di D’Alema che ha affermato l’attuazione di politiche inefficaci da parte del governo per la crescita economica. I sindacati appaiono divisi sulla proposta di Renzi; la Cgil si è detta pronta ad “accettare la sfida” per approfondire ma giudica la sua proposta come "indefinita" mentre la Cisl ha definito "interessante" la disponibilità al dialogo. Il vicesegretario del Partito Democratico Guerini ha tentato una mediazione per arrivare a un documento finale comune ma non ha raggiunto il suo scopo poiché sono prevalse le divisioni, le quali potrebbero portare a una scissione interna al partito, che non hanno impedito però al capo del governo di convincere la maggioranza a sostenerlo.

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