I casi di maltrattamenti e suicidi all'interno delle carceri italiane continuano ad essere all'ordine del giorno. Così mentre il #Governo italiano continua ad interrogarsi su quale sia la strada più giusta da seguire per riportare la situazione dei penitenziari del Belpaese a valori di dignità per una Nazione civile, i detenuti continuano ad essere soggetti a umiliazioni difficili da superare. Proprio per cercare di aiutare le numerose persone che subiscono ingiustizie, seppur in carcere per pene gravi, i Radicali Italiani continuano la loro pacifica lotta promuovendo i provvedimenti di clemenza quali l'#amnistia e l'#indulto anche se il Governo di Matteo Renzi sembra sordo davanti alle tante richieste d'aiuto.

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E mentre tutto questo continua ad essere materia di discussione, è un detenuto messo in libertà dal carcere di Rossano Calabro a trovare il coraggio di parlare. E conferma che non lo avrebbe fatto se prima di lui, qualche giorno fa, la deputata del PD Enza Bruno Bossio non avesse eseguito una visita non prevista alla struttura, rendendosi conto in prima persona della gravità della situazione trovandosi di fronte a violenze e fatti indegni.

D.M., queste sono le iniziali del detenuto che ha avuto il coraggio di parlare, racconta di gravi pestaggi ai danni suoi e dei suoi colleghi. Già al suo arrivo in carcere, ha subito calci e pugni in testa che lo hanno portato a perdere dei denti: la richiesta di poter vedere un medico gli è successivamente stata negata. Parla altresì di come dalla sua cella potesse sentire le urla e i lamenti degli altri detenuti che venivano portati al reparto di isolamento e da lì picchiati e seviziati.

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E non serviva compiere una particolare azione per subire tali soprusi, bastava una parola di troppo o spesso un solo sguardo.

La Casa di Reclusione di Rossano Calabro viene paragonata a "Guantanamo" e, fortunatamente, in seguito alla visita della deputata Enza Bruno Bossio, è ora soggetta ad un'ispezione ministeriale nella speranza che qualcosa venga seriamente fatto. Lo scopo è di cambiare una situazione che non più di qualche tempo fa il Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) definiva "rieducativa e in grado di favorire il reinserimento sociale".