Crescono le pressioni della destra internazionale sul Venezuela e il suo Governo progressista, guidato dal pupillo del defunto Hugo Chávez, Nicolás Maduro. Questa volta le supposte ingerenze nei confronti del Paese - che da circa un anno e mezzo vive una grave crisi prima sociale che economica - vengono da una potente fondazione spagnola, presieduta dall'ex premier iberico, José María Aznar.

Ci riferiamo alla Fundación para el análisis y los estudios sociales (Faes). Intanto la violenza nella capitale Caracas cresce sempre più, mentre recenti studi mostrano come, per i cittadini venezuelani, l'emigrazione sia ancora la prima carta da giocare, in tempi difficili.

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Andiamo con ordine.

L'offensiva di Aznar e della destra latinoamericana

Proprio in queste ore giunge notizia che ventisette ex capi di stato latinoamericani hanno chiesto a Maduro che le Elezioni legislative del prossimo 6 dicembre «siano libere, giuste e imparziali». Costoro, già firmatari delle Dichiarazioni di Panama e Caracas, hanno inoltre offerto la propria «disponibilità a collaborare, quali osservatori, affinché il voto si svolga in un clima di fiducia e trasparenza». Ed è stato proprio il pensatoio di Aznar a diffondere ai quattro venti questa iniziativa, di cui sarebbe stato informato papa Francesco, Barack Obama, e finanche il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), Luis Almagro. Secondo gli ex presidenti - tutti elementi del think tank Iniciativa democrática de España y las Américas (Idea), di tendenza moderata, e ruotante nella sfera d'influenza di Aznar - le votazioni legislative rappresentano «l'unico cammino per risolvere i gravi conflitti politici e sociali che dividono il Paese».

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Sempreché dette elezioni - tengono a rilevare - rispettino prerequisiti imprescindibili, come «l'assoluta imparzialità del potere elettorale, e la possibilità di verifica - da parte di osservatori indipendenti - dell'inviolabilità dell'apparato tecnologico utilizzato».

A Caracas cresce la violenza

Intanto, specie a Caracas, la criminalità sta sconvolgendo sempre più la vita dei cittadini, mentre - seppur a macchia di leopardo - persistono i problemi legati alla scarsezza dei beni di prima necessità, e alle difficoltà del mercato nero. A quest'ultimo riguardo va ricordato che se al mercato ufficiale il dollaro è quotato poco più di sei bolívar venezuelani, a quello nero un dollaro è scambiato a oltre seicento. Torniamo però alla pericolosità: secondo una ricerca del Venezuelan violence observatory - pur contestata dal Governo Maduro - lo scorso anno, nel Paese, si sarebbero registrati 24.980 omicidi, per un tasso di ottantadue assassini ogni centomila abitanti. Un tasso che, se confermato, collocherebbe il Paese alle spalle del solo Honduras, tra quelli più violenti al mondo.

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Obiettivo principale? Emigrare

Non solo fuga di laureati: secondo uno studio di Iván de la Vega, sociologo dell'Universidad Simón Bolívar, il cinque per cento della popolazione del Venezuela - pari a un milione e mezzo di persone - vivrebbe fuori del Paese. Che conta ufficialmente circa trenta milioni di residenti. Insomma si sarebbe ormai creata una vera diaspora, fatta di cittadini che starebbero cercando una seconda opportunità all'estero. Secondo l'accademico, i migranti venezuelani punterebbero - nell'ordine - su Stati uniti, Canada, Australia, Panama, Cile e Spagna. A stupire è però il confronto col 1992, quando i cittadini all'estero raggiungevano appena trentamila unità. #Crisi economica #Esteri