E' bastato dire che la Turchia abbia chiuso un occhio favorendo l'#Isis per far si che Kadri Gürsel, una delle firme più celebri del giornalismo turco, sia stato licenziato in tronco. Parole dure, lanciate con un tweet al vetriolo contro il presidente turco Receep Tayyip Erdogan ed il premier Ahmet Davutoğlu, rei di essere i veri responsabili dell''attentato al centro culturale di Suruç, avvenuto lo scorso lunedì non lontano dal confine con la Siria, in cui sono state uccise 30 persone. Non esecutori materiali, ma responsabili per aver favorito la crescita dell'autoproclamato Califfato di Siria e Iran, in ottica del rovesciamento del regime di Bashar al Assad in Siria.

"Consolare Erdogan, è colpa sua"

"E' vergognoso che i leader internazionali chiamino e consolino il responsabile numero uno dell'ascesa dell'Isis e del #terrorismo in Turchia" recita il tweet. Parole durissime che dopo una breve riunione hanno portato i vertici di "Millyet" ad optare per il licenziamento.Un atteggiamento complessivo ritenuto "sovversivo" quello del giornalista, il cui commento avrebbe contraddetto l'etica del giornalismo e che le sue accuse contro gli ufficiali turchi sono senza prove".

Le precedenti "epurazioni"

Di casi simili, la storia recente di "Millyet" è piena. Nel 2013 il quotidiano di Istanbul ha licenziato Hasan Cemal e Can Dündar dopo alcune critiche al governo. L'anno prima era toccato alla giornalista Ece Temelkuran, messa alla porta dopo un un attacco pubblico del "sultano" turco, in risposta ad una critica. Recentemente l'International Press Institute (Ipi), una rete di giornalisti ed editori che da anni si occupa della libertà di stampa nel mondo, ha evidenziato la Turchia come una "democrazia a rischio" anche per colpa dell' "incapacità di Erdogan di resistere alla pressione dei media". Il sospetto avanzato è che anche dietro al licenziamento di Gürsel ci sia Erdogan.

"Turchia prigione dei giornalisti"

Gürsel, che ha scritto per "Millyet" sin dal 1998, è anche il presidente della commissione turca dell'Ipi, e anche per questo si sospetta che dietro al suo licenziamento ci sia lo zampino di Erdogan. Anche per questo nella sua ultima analisi "Reporter senza frontiere" ha definito la Turchia "la più grande prigione dei giornalisti nel mondo", relegandola al 154 posto su 179 paesi analizzati. Peggio di Ankara solo l'Eritrea (ultima), l'Iran e Siria (174 e 176), Cuba e Cina (171e 173) Yemen e Corea del Nord (169 e 178).
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