Lo scorso giugno i cittadini turchi sono stati chiamati alle urne e la tornata elettorale ha sostanzialmente detto due cose: la prima è che dopo 13 anni di plebiscito, Erdoĝan con il suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) si è ritrovato senza una maggioranza assoluta; la seconda che per la prima volta i curdi moderati del Partito democratico dei popoli (Hdp) hanno ottenuto una rappresentanza parlamentare.

La strategia – Il Presidente turco si è trovato ad un bivio: scegliersi un alleato di governo, ipotesi a lui assai poco gradita, o cercare di recuperare il consenso in vista di elezioni anticipate. Osteggiata sottobanco la prima eventualità, ed è senz'altro da leggersi in questi termini il fallimento delle consultazioni condotte con le diverse rappresentanze parlamentari, questa seconda via d'uscita deve essergli sembrata più redditizia.

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Alla base del piano un dato di fatto: la società turca non vede di buon occhio la minoranza curda. Far leva sull'irrisolta questione curda significherebbe pertanto mettere le mani sui voti sia degli ultra-nazionalisti di Bahceli che dei filo-curdi di Demirtas. Tanto per cominciare perché la destra non aspetta altro di seppellire il processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Azione e reazione – Inoltre, se agli occhi dell'opinione pubblica il Pkk tornasse ad apparire sanguinario, ecco che anche l'ala curda più moderata, che a suo tempo fu decisiva nel mediare proprio la tregua, potrebbe essere attratta nell'orbita della maggioranza. Il giochino prevedeva dunque una perturbazione dello stato di quiete sociale tale da indurre i guerriglieri curdi ad un risveglio violento che potesse legittimare la repressione militare da parte del governo.

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Un'astuta applicazione del celebre principio della fisica in ambito politico, innescato dalla costruzione ad hoc di un accadimento pretestuoso.

Scintilla e fine della tregua – Nel marasma politico post-elettorale diversi giovani curdi trovano la morte in un attentato suicida a Suruç al confine con la Siria: per il governo turco lo zampino deve essere quello dello Stato Islamico. Ammesso che la mano fosse realmente jihadista, per tempismo e contesto non è affatto ardito pensare che dietro a quello che appare come il più bieco degli atti terroristici ci sia un coinvolgimento più o meno diretto di Ankara. A considerare il sospetto come una granitica certezza il Pkk implicitamente legittimato all'immediata rappresaglia. E' il pretesto che il governo andava cercando nonché l'anticamera all'uso dei muscoli, generare consenso cavalcando lo stato emotivo della nazione è un processo vecchio quanto il mondo e nelle intenzioni di Erdoĝan l'aver forzato la tregua, con tutto quello che ne consegue, dovrebbe tradursi in un travaso di voti verso l'orticello di casa.

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La situazione, però, sembra essere sfuggita dalle mani del Presidente.

L'attualità – Ad un mese dal via dei bombardamenti contro le postazioni del Pkk c'è da registrare il crollo della lira turca, ai minimi storici contro il dollaro USA. Non va meglio nemmeno nelle relazioni internazionali stante l'inasprimento dei rapporti con Washington che nei miliziani curdi vede un prezioso alleato nella lotta al Califfato.

Infine ci sono i sondaggi. Se per alcuni l'Akp quest'oggi governerebbe il Paese senza bisogno di alleanze, per altri invece un recupero apprezzabile non sarebbe affatto avvenuto con l'Hdp pronto addirittura ad issarsi a terza forza del Paese.

In quella che è una partita giocata contemporaneamente su due tavoli, economico e politico, non è ancora chiaro come potrà essere il risultato finale. Una cosa però è certa, di fiche nelle mani di Erdoĝan ne sono rimaste ben poche. E novembre è alle porte. #Esteri #Isis