Marino fu scelto nel 2013 attraverso elezioni primarie che portarono ai seggi oltre 100.000 romani. I candidati erano sei ed è bene ricordare che nessuno di loro era un esponente di primo piano del PD. Il più "politico" e più dentro al Partito Democratico era Paolo Gentiloni (diventato poi ministro), prese il 14% dei voti. Poi c’era il giornalista/deputato europeo David Sassoli, 28%. Infine c’era il chirurgo outsider che vinse con oltre il 50% dei voti. Oltre ai tre più noti, parteciparono anche tre illustri sconosciuti (almeno ai più): Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e Mattia Di Tommaso (con percentuali tra l’1 e il 2%). Questi ultimi servivano a far sembrare dei “giganti” i primi.

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In realtà nessuno lo era, come detto forse l’unico di una certa importanza era Gentiloni (già assessore con Rutelli). Verrebbe da chiedersi come mai nessun esponente di primo piano nutrisse l’ambizione di conquistare il Campidoglio; in fondo non era in gioco la poltrona di un sindaco qualunque, ma quella della Capitale, che dà visibilità e lustro e può essere un ottimo trampolino di lancio verso più alti incarichi a livello nazionale. Si pensi poi, che la vittoria era pressoché sicura, data la precedente catastrofica  gestione Alemanno. Ma proprio le disastrose condizioni di Roma rendevano piuttosto difficile e rischioso lanciarsi nell’avventura di risollevare la Capitale, visto anche il clima di spending review che imponeva tagli di fondi e risorse. 

La vittoria di Marino il Marziano

Sei personaggi di secondo piano in cerca di autore si lanciano nella corsa al Campidoglio. Quando poi vinse il Marziano iniziarono i problemi.

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Questo perché le primarie indicano il candidato sindaco, ma poi una volta eletto il sindaco deve fare i conti con i consiglieri comunali, e se il sindaco prova a sganciarsi dalle logiche partitiche o se (essendo un outsider) non ha una forza personale dentro il partito, si scoprirà ben presto non in grado di governare la città. La conclusione è che le primarie funzionano solo se viene scelto un esponente che abbia il controllo del partito e che sappia coordinare la propria azione amministrativa in sintonia con i consiglieri, altrimenti non sarà in grado di guidare la macchina amministrativa di una città complessa come Roma.

Degrado urbano, sistema dei trasporti pubblici al collasso

Naturalmente Marino ha colpe sue e chi vive a Roma le conosce bene e non sono certo relative alla storia dei rimborsi e degli scontrini. Certo, il PD chiede le dimissioni su quella vicenda, in modo da addossare la colpa di una indegna fine consiliatura sul solo Ignazio, quasi che il PD non c’entri nulla con la gestione di Roma in questi due anni.

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In fondo il PD ormai a Roma non ha più nulla da perdere e Renzi ha chiesto ai suoi di sganciarsi da Marino. Ma anche il sindaco non ha più nulla da perdere e in questa situazione si arriva alla resa dei conti. E via così verso l’inevitabile commissariamento e nuove primarie (sempre che si trovino sei personaggi in cerca d’autore disposti a farsi triturare). #Politica Roma