Il cammino di riforma della Costituzione prosegue spedito a colpi di maggioranza. La minoranza PD, rientrata sul più bello, ha consolidato il progetto del premier sul via libera al nuovo Senato. È questo lo snodo centrale del ddl Boschi: con la cancellazione dell’elezione diretta degli inquilini di Palazzo Madama, la stagione del bicameralismo perfetto può dirsi archiviata.  Il #Senato conserverà la sua funzione legislativa ma sarà specchio delle Regioni, non del popolo. Tutto ciò pone alcuni interrogativi doverosi: esiste una reale esigenza di riforma della Carta Costituente? O meglio, è lecito pensare che la Costituzione (definita dai suoi detrattori oramai obsoleta) sia davvero la causa del vuoto operativo del Parlamento? È normale che le istituzioni possano essere stravolte da esponenti politici eletti attraverso il Porcellum dichiarato anticostituzionale?

I personaggi chiave

I numeri promuovono senza se e senza ma la strategia di #Matteo Renzi.

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I 179 voti a favore incassati con il secondo via libera al ddl Boschi, fanno chiaramente intendere che la maggioranza c’è. Lo scoglio più ripido della legislatura è stato superato e il ravvedimento della quasi totalità della minoranza PD, lascia pochi margini a brutte sorprese future. Nell’opera di ricompattamento dei democratici, da non trascurare è stato il ruolo del presidente emerito Giorgio Napolitano. Richiamando i colleghi senatori a una prova di responsabilità istituzionale ha indicato, ancora una volta, la rotta da seguire su un passaggio fondamentale. I voti di supporto del gruppo capitanato da Verdini, inoltre, hanno cementificato la posizione del #Governo.

Riforma prodotta dal Porcellum

Se la riforma della Costituzione passerà, è giusto non dimenticare che a farla sarà un Parlamento dichiarato illegittimo. La sentenza della Corte Costituzionale ha infatti dichiarato inammissibile l’attuale legge elettorale bollata come una porcata dallo stesso ideatore Calderoli.

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Perché allora Renzi ha accelerato nonostante tutto? Guardando ai contenuti del testo, ciò che balza all’occhio è l’inserimento al suo interno dell’Italicum. L’impianto che decreterà vincitori e vinti nel 2018 è un pallino fisso del premier: al partito che risulterà primo nel ballottaggio verrà assegnato un premio di maggioranza consistente. Sulla falsa riga di quanto avviene per l’elezione dei sindaci, il governo centrale guiderà il Paese con la garanzia di stabilità per l’intero arco della legislatura.

Verso un governo presidenziale

Qual è il vero obiettivo allora della nuova legge elettorale e della riforma della Costituzione? Di sicuro “spostare il baricentro decisionale dagli istituti di rappresentanza politica all’esecutivo”. A sostenere tale tesi è Alfonso Gianni, esponente nazionale de L’Altra Europa con Tsipras. La prevaricazione del governo sul Parlamento è l’argomento caldo tra gli esperti costituzionalisti. C’è chi vede in questo passaggio l’evoluzione della democrazia parlamentare, altri che ne sottolineano i rischi legati all’autoritarismo.

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La verità è racchiusa nel mezzo: già oggi il governo a suon di decreti legge è in grado di condizionare l’attività legislativa del Parlamento. Tanto vale affrontare il problema con la garanzia che ai cittadini spetti l’ultima parola attraverso il referendum.