La fine del chavismo in Venezuela - a seguito delle ultime elezioni - era ormai quasi un risultato scontato, alla luce delle grandi proteste di piazza che hanno avuto luogo negli ultimi anni. Tuttavia non è la dimostrazione della sconfitta definitiva della Rivoluzione Bolivariana e di tutto il cosiddetto socialismo del XXI secolo.

La morte di Chavez, il vero leader del Venezuela, ha lasciato un vuoto troppo grande nella leadership venezuelana. Il suo delfino, Nicolas Maduro, non è stato in grado di garantire lo stesso appeal che aveva il jefe della Rivoluziona Bolivariana, perdendo così l’elettorato che si fidava più del carisma di Chavez che del reale programma politico del PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela.

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L'opposizione accusa solo Chavez e Maduro

La vittoria dell’opposizione non garantisce nell’immediato la stabilità al Paese: il suo programma elettorale sembra infatti più impregnato di anti-chavismo che di reali proposte politiche che possano far uscire il Paese da una situazione critica. Il Venezuela, infatti, è il quinto Stato mondiale per giacimenti petroliferi e ha basato dunque la sua economia esclusivamente sui proventi derivanti dall’oro nero. Se fino a poco tempo fa poteva permettersi di venderlo quasi a prezzo di produzione all’alleato cubano, che ringraziava del favore mandando i propri medici a Caracas, con il crollo del prezzo al barile la situazione venezuelana è precipitata portando il Paese nel caos. L’opposizione ha saputo dunque cavalcare l’ondata di malcontento derivante dalla crisi generale, accusando tuttavia solo ed esclusivamente il governo di essere l’unico responsabile della crisi.

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Questa valutazione politica mostra tuttavia un poco di miopia: il crollo del prezzo del petrolio è derivato da un forte aumento della produzione da parte dell’Arabia Saudita, che non ha subito alcun contraccolpo da tale scelta grazie alle ingenti riserve valutarie che ha incamerato da quando è diventato uno dei Paesi leader nell’esportazione del greggio. Le riserve valutarie saudite vengono quindi consumate per sopperire ai mancati introiti derivanti dalla vendita del petrolio, una mossa che il Venezuela non ha potuto effettuare. La forte recessione deriva da qui, coadiuvata certamente da alcuni errori macroeconomici – come l’immissione sregolata di valuta tale da causare un aumento sconsiderato dell’inflazione – e dalla mancata progettazione col fine di diversificare l'economia così da poter superare i momenti più critici legati all'esportazione delle risorse naturali.

Il Venezuela cambia verso come l'Argentina

Il futuro del Venezuela non pare tuttavia roseo: l’opposizione dovrà ora mettere d’accordo tante, forse troppe, anime politiche del Paese, aprendo il fianco a facili scissioni e all’ingovernabilità.

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Maduro, tuttavia, resta al potere fino al 2019, sempre che non venga sfiduciato dalla stessa ex opposizione nel 2016. L'America Latina sembra che stia cambiando verso, dopo la sconfitta del kirchnerismo in Argentina e la possibile caduta di Dilma Rousseff in Brasile: a tener duro, ancora una volta, sembra essere sempre Cuba. #Esteri