L'euforia di Angelino Alfano, di nuovo vincitore, la dice tutta. Il ministro col 2% dei consensi detta la linea, #Matteo Renzi si adegua. Era successo con la riapertura al progetto relativo al Ponte sullo Stretto; con l'abolizione del tetto dei contanti; con la finta legge anticorruzione. "Prevale il buon senso", gongola Alfano. Di chi, non ci è dato a sapere. Quello che è certo, è che mercoledì, alla riapertura dei lavori sul ddl Cirinnà sulle unioni civili, il ddl Cirinnà non ci sarà più. Al suo posto sarà votato, presumibilmente con voto di fiducia, un ibrido per ora senza nome che per accontentare tutti non accontenterà nessuno.

Tra unioni civili e stepchild adoption, vince il matrimonio Renzi-Alfano

Ci permettiamo di ricordare ciò che abbiamo costantemente ribadito: a Renzi, questo rospo, è sempre stato indigesto.

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Il ddl Cirinnà sulle unioni civili e stepchild adoption è arrivato in Senato dopo tre anni dalla sua presentazione, il 15 marzo 2013. Non è un indizio sufficiente per comprendere quanto a Renzi stesse a cuore? Lui che impone calendarizzazioni forzate a ogni piè sospinto, lui campione mondiale di voti di fiducia, se una legge gli sta a cuore? Ciò che lascia maggiormente sorpresi è la reazione degli attori PD, Cirinnà in primis, di fronte al nuovo diktat renziano. Ricordate i suoi "il testo resta questo", "lascio la politica", e compagnia belante? In un tweet delle 18 di ieri, si esprime così: "Partita a scacchi dei tatticismi è finita Bene #Governo, mette in salvo legge #unionicivili".

E Andrea Marcucci, il senatore PD del "supercanguro"? Contemporaneamente alla Cirinnà tweetta: "Una legge piena sulle #unionicivili con diritti veri alle coppie gay.

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Continueremo battaglia adozioni, non solo quelle speciali, con ddl". Capitolo chiuso. Sul fronte #M5S anche ieri il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, spergiurava dall'Annunziata che su unioni civili e stepchild adoption, i 5 Stelle chiedevano solo il voto. "Ottenere diritti calpestando altri diritti", ha detto riferendosi al diritto dell'opposizione di discutere i propri emendamenti, "non significa fare giustizia e non è nel nostro stile." Parole al vento, come una legge, anzi, un rospo, difficile da digerire per il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.