La sua candidatura sembrava puro folclore. Negli Stati Uniti d'America ma anche nel resto del mondo era visto come il miliardario annoiato in cerca di nuova gloria. Oggi quella di Donald Trump è candidatura forte, sul fronte repubblicano sembra l’unica arma da opporre ai Democratici che, a meno di clamorose sorprese, dovrebbero presentare Hillary Clinton in corsa per la Casa Bianca. Trump preoccupa, non è assolutamente gestibile. Allarma per le sue dichiarazioni estremiste: nel suo mirino sono finiti messicani, musulmani e cinesi, pratiche di tortura, scenari da nuova guerra fredda e perfino Papa Francesco. I più preoccupati, evidentemente, sono gli stessi vertici del partito che lo ha candidato.

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"The Donald" rischia di diventare un boomerang non indifferente.

Un 'Berlusconi americano'?

C'è chi ha paragonato l'attuale ascesa di Donald Trump a quella che nel 1994 portò Silvio Berlusconi al ruolo di Capo del Governo in Italia. I due hanno in comune l'ingente patrimonio e, dal punto di vista puramente politico, la capacità di parlare alle masse con parole semplici ma dirette. Un populismo di facile comprendonio che però, nel caso dell'attuale candidato repubblicano, si trasforma in istigazione all'odio e ad un nazionalismo becero, aspetti decisamente lontani dai metodi di comunicazione utilizzati dall'attuale leader di Forza Italia. Condividiamo l'analisi di Giuliano Ferrara che ha provato a paragonare il "ciclone Trump" alla nascita del "berlusconismo" in Italia.

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"Berlusconi è un'ottimista mentre l'America di Trump è restauratrice, chiusa ed odiosa e se Berlusconi ha salvato la Repubblica Italiana dagli assassini dei partiti, Trump è invece un avversario della Repubblica Americana", questo in sintesi è quanto espresso da Ferrara. 

Perché la gente lo sostiene?

Capire il segreto del "fenomeno Trump" è materia complessa ma forse la spiegazione sta tutta nel contemporaneo flop di Jeb Bush. Parte dell'elettorato è stanco della politica tradizionale e nessuno dei candidati, agli occhi di costoro, appare credibile e degno di guidare il Paese. Così si vota il candidato più improbabile ma nessuno di questi elettori è probabilmente in grado di guardare lontano. L’amministrazione Obama ha riallacciato i rapporti diplomatici con storici nemici come Iran e Cuba, tenta il dialogo con Russia e Cina. Ci sono tanti interessi economici in gioco e la posta è alta, troppo alta per permettere ad un presidente fuori controllo di rovinare tutto. Questo lo sanno le vecchie volpi repubblicane e lo sanno soprattutto le “lobbies”. 

Ted Cruz, vera alternativa?

I vertici del Partito Repubblicano hanno le idee confuse ma inizia a farsi largo un'immagine precisa: quella del miliardario newyorkese come inquilino principale della Casa Bianca uguale ad una vera catastrofe.

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La citazione mussoliniana (o presunta tale) di colui che, fino a questo momento, si è dimostrato il candidato più forte alle primarie è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, più dei muri messicani o delle polemiche con il Santo Padre. Una nuova scesa in campo di Mitt Romney, già sconfitto da Obama quattro anni fa, avrebbe però poco senso. Trump lo ha definito "un perdente" e tale apparirebbe agli occhi dell'elettorato repubblicano. Puntare su Ted Cruz, uomo nuovo che ha già dimostrato di poter raccogliere consensi, è l'alternativa più credibile ma a questo punto diventa ingombrante la presenza di Marco Rubio. Un passo indietro di quest'ultimo è la soluzione ideale per rafforzare la candidatura di Cruz che, tra le altre cose, avrebbe i consensi del folto elettorato di etnia latinoamericana, avverso alle posizioni dichiaratamente razziste di Donald Trump ed attualmente spaccato tra Cruz e Rubio. Ma Ted Cruz può contrastare Hillary Clinton? Questo, paradossalmente, è ora un problema di secondo piano e, anzi, c’è chi giura che molti Repubblicani preferirebbero vedere l’ex first lady alla Casa Bianca piuttosto che Trump. #Esteri