Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia ha condannato a 40 anni di carcere Radovan Karadzic, premier tra il 1992 e il 1996 dell'autoproclamata Repubblica serba di Bosnia (Republika Srpska), per genocidio in collegamento alle stragi di Srebrenica (dove morirono più di 7.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci), nonché per altri omicidi e persecuzioni civili commessi in diversi luoghi durante la guerra civile fra il 1991 ed il 1995.

Il processo

La sentenza arriva dopo un processo durato 6 anni e una precedente latitanza di 12 anni di Karadzic; la condanna per genocidio viene motivata dal presidente della corte O-Gon Kwok anche con la circostanza che Karadzic era l'unica persona che, nella Republika Srpska, avrebbe avuto il potere di prevenire l'uccisione dei musulmani bosniaci.

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I Tribunale non lo ha tuttavia condannato per il genocidio in sette municipalità al di fuori di Srebrenica.

Le regole del Tribunale per la ex Jugoslavia prevedono che i condannati debbano scontare in carcere almeno due terzi della pena. Il settantenne Karadzic ha già passato dietro le sbarre otto anni e, pertanto, in caso di buona condanna potrà uscire dal carcere fra 18-19 anni.

Le conseguenze della sentenza

Karadzic proporrà appello alla sentenza: nell'ambito del processo una delle sue difese, quella secondo la quale Richard Holbrooke, il mediatore americano all'epoca della guerra, gli avrebbe promesso di fargli evitare un processo in cambio della disponibilità a fare avanzare il processo di pace che si sarebbe concluso con l'Accordo di Dayton, non ha potuto essere provata. Holbrooke è morto anni fa e, comunque, in vita aveva sempre negato il verificarsi di tale promessa.

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La sentenza è la prima condanna per genocidio emessa in Europa dai tempi del tribunale di Norimberga: essa non consente solo di riconoscere che a Srebrenica i serbo-bosniaci compirono il più efferato atto di violenza dalla seconda guerra mondiale, ma anche di mettere un punto fermo sulla circostanza, che in quell'occasione si verificò un episodio di genocidio e di pulizia etnica.

Le reazioni

Nei confronti della sentenza ha espresso il proprio disappunto un nutrito gruppo di serbi oltranzisti. Giovedì notte, nella piazza principale di Belgrado, si sono riunite migliaia di persone per protestare ed inneggiare all'ex macellaio della Bosnia. A capo dei manifestanti l'ultranazionalista Vojislav Seselj, egli stesso perseguito per crimini di guerra, il cui Partito Radicale ambisce ad ottenere nelle elezioni politiche dei prossimi mesi almeno il 10% dei voti. Al di fuori della Serbia è stata invece la Russia ad esprimere il proprio disappunto: secondo il viceministro degli #Esteri russo Gennadi Gatilo le attività del Tribunale sono politicamente motivate e tutti i reati esaminati riguarderebbero solo la parte uscita sconfitta dalla guerra.

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Per motivi opposti anche i musulmani bosniaci sono insoddisfatti della sentenza, che non riconoscendo alcun atto di genocidio al di fuori di Srebrenica disconoscerebbe parte delle sofferenze che l'intero popolo soffrì durante quegli anni. Taluni mussulmani bosniaci, i più "massimalisti", mirano a far riconoscere una maggiore estensione del genocidio per sostenere che l'intera Repubblica di Serbia sia il prodotto dello stesso, che senza di esso il paese non potrebbe esistere e, su queste basi, spingere per la sua dissoluzione.

Qualche riflessione

Ma, a prescindere dalle considerazioni giuridiche o storiche sul significato del genocidio la sensazione è un'altra. Si potrà discutere se la sentenzia sia troppo severa o eccessivamente mite, essere più soddisfatti del riconoscimento del genocidio di Srebrenica o delusi per la mancata estensione del suo riconoscimento nei confronti di tutti i mussulmani bosniaci, ma quello che l'uomo comune pensa è un'altra cosa: la giustizia, specie su fatti così gravi, se arriva con due decenni di ritardo arriva tardi e, quando arriva così in ritardo, perde gran parte della sua valenza morale e persino storico-politica.