Aumentano le tensioni tra l’Italia e l’Egitto. La morte del giovane ricercatore Giulio Regeni, vittima di sequestro e torture, ha fatto scoppiare la crisi diplomatica. Dopo il richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, un gruppo di inquirenti egiziani è arrivato a Roma per collaborare con le indagini del crimine. Ma l’Egitto continua a negare i tabulati telefonici, dove molto probabilmente ci saranno indizi per arrivare alla verità.

Dopo il fallimento del vertice tra le autorità italiane ed egiziane, il ministro degli Affari #Esteri, Paolo Gentiloni, ha giustificato la misura diplomatica di richiamare all’ambasciatore come un tentativo di sviluppare “una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno di trovare la verità sul barbara omicidio di Giulio Regeni.

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Alla ricerca della stabilità 

Tutto questo accade in un Paese che non ha ancora la stabilità politica dopo le rivolte della Primavera Araba nel 2011. Secondo Giuseppe Dentice, assistant reaserch Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano, nell’Egitto di al-Sisi, nonostante la celebrazione in questi tre anni di elezioni (parlamentari e presidenziali), la transizione egiziana “non può definirsi totalmente conclusa in quan­to permangono nuovi e vecchi problemi che rendono ancora difficoltoso il cammino di stabilità: economia, sicurezza e processo democratico”. “Queste rappresentano le maggiori spine per il nuovo corso rappresentato da al-Sisi – spiega il ricercatore -. Nonostante lo ‘stato profondo’ egiziano si presenti forte e radicato, il regime esprime insicurezze e incertezze che lentamente stanno alimentando nuovi interrogativi sulle reali capacità di al-Sisi di esercitare un potere unico e incondizionato”.

Sistema di autocrazia

Dentice, specialista in studi strategici e di sicurezza riguardanti la regione mediorientale, con particolare riferimento alle dinamiche interne ed esterne di Egitto, Israele e Territori Palestinesi e Golfo, ha ricordato un articolo di H.A. Hellyer pubblicato su Atlantic Council, dove sostiene che “l’Egitto odierno assomiglia ad un ‘non-regime’, un sistema di potere nel quale esiste una sorta di autocrazia, non sempre coesa e ben definita, che opera in termini di interessi e di espressioni di potere a volte convergenti, talaltre in totale contrasto tra loro”.

Rischio default cronicizzato

Sul piano socio-economico, Dentice ha spiegato che l’Egitto “vive da tempo una situazione di estrema fragilità, tanto da farlo apparire come un sistema in rischio default cronicizzato. Nel luglio 2013, dopo la destituzione di Morsi, l’Egitto è riuscito a sopravvivere al tracollo finanziario grazie agli aiuti miliardari provenienti dal Golfo. Oggi Il Cairo non è ancora riuscito a proporre una ricetta vincente, né a trovare soluzioni efficaci ad affrontare i problemi quotidiani e ormai cronici: disoccupazione (soprattutto giovanile), fuga dei capitali stranieri, lotta alla corruzione e riforme”.

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Dunque, poco è cambiato nell’economia nazionale e neanche la mediatica apertura del raddoppio del Canale di Suez è riuscita nell’impresa di favorire una ripresa della stagnante economia nazionale. #Governo