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Lo hanno dipinto come un referendum di fondamentale importanza per lo sviluppo economico del Paese.  Dal punto di vista tecnico viene chiesto agli italiani se le concessioni per le estrazioni di idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa, debbano continuare fino al completo esaurimento delle risorse (così come prevede la normativa in vigore) o fino al termine della concessione. Se dovesse passare la linea del SI, le piattaforme entro le 12 miglia saranno smantellate nel momento in cui scadrà la concessione. Oggettivamente poco cambia, in un caso o nell'altro. Piuttosto il rischio è che non si raggiunga il quorum, come accaduto per tanti referendum.

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Il dubbio, a questo punto, è che il quesito a cui sono chiamati a rispondere i cittadini non sia di natura economica o ambientale ma sia piuttosto una questione politica. Il referendum è un banco di prova per il #Governo Renzi.

Le trivelle in cifre

Bisogna innanzitutto chiarire una questione: non ci saranno nuove concessioni entro le 12 miglia nel caso in cui vincano i NO perchè già vietate dalla legge. Gli italiani sono chiamati ad esprimersi sulle 21 concessioni (di cui soltanto 4 sono petrolifere mentre 17 estraggono gas naturale) attualmente operanti che andranno in scadenza nei prossimi anni. Tra queste, sette operano nelle acque della Sicilia, cinque in Calabria, tre in Puglia, due in Basilicata ed Emilia Romagna ed una ciascuna in Veneto e nelle Marche. Le piattaforme presenti sono 92 di cui 76 italiane di proprietà dell'ENI, 15 della francese Edison ed una della britannica Rockhopper.

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Le prime che chiuderanno i battenti, in caso di vittoria dei SI,  tra due anni. L'ultima si fermerà nel 2034 e prima della scadenza potranno ovviamente essere installate nuove piattaforme per l'estrazione degli idrocarburi.

Economia a rischio se vincono i SI?

Chi si è schierato apertamenta a favore del NO, ha messo sul tavolo il paventato rischio di una crisi energetica in Italia oltre al collasso di un comparto con la conseguenta perdita di posti di lavoro. In realtà gli impianti interessati dal referedum costituiscono circa il 3 per cento del fabbisogno nazionale di gas e l'1 per cento riguardo al petrolio. Sono percentuali irrisorie mentre per quanto riguarda l'occupazione sulle piattaforme, nessuna concessione sarà sospesa immediatamente in caso di vittoria del SI e pertanto non ci sarà nessuna emorragia lavorativa perchè le compagnie hanno tutto il tempo di pensare a nuove fonti di investimento con l'impiego della medesima forza lavoro. Fermo restando che l'attività di estrazione rimane inalterata al di fuori del limite delle 12 miglia.

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Ambiente a rischio se vicono i NO?

In realtà la maggior parte delle piattaforme estrae gas naturale e per quanto riguarda le piattaforme petrolifere, la chiusura delle quattro concessioni che operano entro le 12 miglia non è affatto una tutela se pensiamo a quelle che svolgono il proprio lavoro oltre tale limite e che in caso di incidenti costituirebbero lo stesso un grave rischio causa le correnti che potrebbero spingere la "marea nera" verso le coste.

Una scelta di indirizzo politico

Piuttosto, la vera rivoluzione del referedum è alla base. Per la prima volta infatti è stato chiesto dai Governi di dieci regioni italiane, poi diventate nove dopo il ritiro dell'Abruzzo. La maggior parte sono rette da un'amministrazione di centrosinistra come l'attuale Governo nazionale. Una vittoria dei SI significherebbe comunque un segnale nei confronti dell'esecutivo guidato da Matteo Renzi che gli imporebbe nuove scelte in tema energetico e la ricerca di fonti alternative.  In tanti, tra politici, comitati spontanei ed associazioni che da mesi fanno campagna per il SI, sono avversi al'attuale premier mentre i promotori del NO appoggiano palesemente le compagnie petrolifere i cui vertici sono gli unici per i quali il risultato del referendum costituirebbe un cambiamento sensibilie, sempre se gli italiani dovessero schierarsi dalla parte del SI.