Ci risiamo, il #Pd è di nuovo protagonista di uno scontro interno. Protagonisti in questo caso sono il premier #Matteo Renzi e Massimo D'Alema, che, come è noto, è uno dei principali “rottamati” dalla nuova classe dirigente renziana. Ecco cosa è successo.

I fatti

Tutto comincia con un articolo di Repubblica. Secondo Goffredo De Marchis, che in un suo articolo comparso sul quotidiano svela un inedito retroscena, l'ex segretario dei Ds avrebbe dichiarato la volontà di sostenere Virginia Raggi all'ormai prossimo ballottaggio di Roma pur di mettersi contro Renzi. E non solo: sempre secondo il medesimo articolo, D'Alema punterebbe a far perdere il Pd renziano anche a Milano e, soprattutto, a schierarsi contro il partito di governo nella campagna elettorale per il referendum costituzionale.

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Questa strategia di logoramento D'Alema l'avrebbe confessata a dei non meglio definiti amici.

L'ufficio stampa dell'ex premier ha smentito categoricamente l'articolo di De Marchis, facendo riferimento ad ipotetici mandanti esterni del giornalista di Repubblica, ma il quotidiano continua a sostenere che quanto riportato nell'articolo è stato riferito al suo autore da numerose fonti. In tutto ciò, Matteo Orfini si inserisce nella discussione con un tweet nel quale chiede a D'Alema di aiutare il Pd durante gli ultimi giorni di campagna elettorale per dimostrare la sua buona volontà. Una questione molto simile ad una fiction insomma, come ormai accade sempre più spesso quando si tratta del Partico Democratico.

Casa PD

Renzi in tutto questo se ne sta in disparte, ma è comunque protagonista di una vicenda che è sintomatica dello stato interno al Partito Democratico.

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Anche se D'Alema è ormai fuori dal gioco politico, è comunque, in un certo senso, un simbolo. Il simbolo di una certa sinistra e di un certo modo di concepire il partito che è condivisa da molti altri esponenti del Pd. Le #Elezioni Amministrative sono state sommerse da polemiche e scontri che ben poco c'entravano con l'elezione dei sindaci, cosa che il Pd probabilmente pagherà nei ballottaggi.

La domanda, alla luce di questa situazione, è quanto cruento diventerà lo scontro politico in vista del referendum costituzionale, punto d'onore per il governo Renzi, e quanto questo scontro allontanerà l'attenzione dai contenuti della riforma. Renzi probabilmente spera di riuscire a tenere sotto controllo la situazione fino al prossimo e fatidico ottobre, per poi aprire lo scontro finale, ma quanto questo ci costerà in termini di serietà e consistenza del dibattito politico? Quanto questo avrà conseguenze sulla credibilità del nostro governo e della nostra classe dirigente?