Una proposta di legge, quella varata mercoledì 17 agosto dal governo polacco, che tocca una tematica estremamente delicata e che ha sollevato forti perplessità nell’opinione pubblica di molti Paesi, Italia compresa.  Nello specifico, è prevista l’introduzione di severe sanzioni per chi nel territorio della #Polonia accosterà l’aggettivo “polacco” alla realtà dei lager nazisti, dalla multa fino alla detenzione in carcere per un massimo di tre anni, nel caso venga riscontrata la piena “intenzionalità” di lanciare un commento offensivo. Il testo della normativa, comunque passibile di modifiche nella fase di discussione, arriverà con ogni probabilità ad una conferma effettiva, vista la larga maggioranza parlamentare del Pis, il partito nazionalista “Diritto e giustizia” della premier Beata Szydlo e del leader storico Jaroslaw Kaczynski.

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Deviazione “ a destra”, codificazione in legge di un sentimento popolare o tentativo di sostenere una precisa linea storiografica, a volte messa in discussione? Già, perché le prime avvisaglie di un’azione del Governo in tal senso risalgono all’aprile scorso, quando lo storico polacco-americano Jan Tomasz Gross, docente a Princeton, fu interrogato per oltre cinque ore dal procuratore di Katowice in relazione ad un articolo pubblicato nel 2015, in cui si affermava che «Sì, i polacchi uccisero più ebrei che nemici tedeschi».

A distanza di quattro mesi, dunque, ecco ufficializzata una posizione netta che investe direttamente l’ambito dell’espressione linguistica. Ad offendere la sensibilità di molti cittadini polacchi episodi troppo spesso verificatisi, soprattutto in occasione di commemorazioni o importanti visite internazionali in campi di concentramento tragicamente noti quale quello di Auschwitz, in cui giornalisti e media stranieri si sarebbero riferiti a questi luoghi di morte con la formula “campi polacchi”.

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I commenti alla severa iniziativa 

«Non sono state le nostre madri, né i nostri padri, i responsabili dei crimini dell'Olocausto, commessi da criminali tedeschi e nazisti sul territorio polacco occupato» così ha commentato il ministro della Giustizia Zbignew Ziobro, riguardo le motivazioni che hanno portato allo sviluppo e alla presentazione della proposta di mercoledì. «Quel che gli abitanti di altre Nazioni, Italia compresa, devono arrivare a comprendere, è che la storia del Novecento ha segnato la Polonia in maniera profondissima, e che ogni giudizio proveniente dall’estero sulle azioni politiche e legislative di quel Paese in relazione alla tematica del nazismo deve essere estremamente cauto – spiega il giornalista Sebastiano Giorgi, caporedattore di “Gazzetta Italia”, l’unico magazine bilingue italiano e polacco, e di “Polonia Oggi”, il quotidiano digitale che seleziona e traduce le notizie più rilevanti delle maggiori testate polacche – questa proposta del governo Szydlo potrebbe anche sembrare una presa di posizione isterica nel complesso dell’attualità politica, ma bisogna utilizzare la massima prudenza nelle proprie valutazioni, e ricordare sempre che la Polonia presenta una sensibilità nazionale ferita.

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Si pensi che dall’indipendenza del 1918 si arriva all’invasione e all’occupazione nazista già nel 1939; che negli anni della guerra furono commessi dai tedeschi soprusi di ogni genere a danno della popolazione, considerata un’etnia che meritava un trattamento in bilico tra lo sterminio e la schiavitù; che trovò la morte più del 90% della comunità ebraica polacca; e che sia durante il conflitto che successivamente, nel cosiddetto periodo comunista, anche l’Unione Sovietica ebbe modo di praticare in Polonia repressioni e limitazioni della libertà. Le elezioni parlamentari sono state indette nel 1989 dopo tutte queste traversie, perciò, ripeto, prima di esprimerci teniamo conto che quella polacca è una sensibilità nazionale ancora ferita». #politicaestera