#Senato impantanato rispetto al disegno di legge dei cinquantanove deputati guidati dall’onorevole PD Gian Piero Scanu lungo il crinale scivoloso della valutazione storica e #politica della Grande #guerra. “Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale”: questo il titolo di una proposta presentata il 21 novembre 2014 e approvata con un’unanimità priva di intoppi a Montecitorio il 23 maggio 2015 – il giorno precedente al centesimo anniversario dell’entrata dell’Italia nel conflitto – che si pone lo scopo di riabilitare alcune particolari vittime contate tra le file dei nostri contingenti dell’epoca.

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Le “vittime di Cadorna”

Il contesto di quest’iniziativa è quello drammatico degli anni compresi tra 1915 e il 1918 e, ancor più nello specifico, quello delle drastiche misure punitive adottate dai vertici militari nei confronti dei soldati connazionali per mantenere salde le menti sui propri incarichi e ligi gli animi ai valori di rigore, disciplina e rispetto della gerarchia.

In un quadro di fame, freddo, morte e disperazione le diserzioni si contavano infatti numerose, così come un certo seguito, soprattutto in determinate fasi dello scontro, ha avuto la disobbedienza ad ordini diretti inerenti a ricognizioni, avanzate o presidi ritenuti spesso dalle milizie delle vere e proprie tattiche suicide. Un atteggiamento combattuto colpo su colpo dagli alti ufficiali, con intransigente durezza, per mezzo di pratiche che, nonostante l’esercizio di comprensione storica, non possono che risultare spiazzanti per il nostro occhio contemporaneo, e che sono state poste in relazione a quelle che certo uso storiografico definisce “le vittime di Cadorna”.

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Vere e proprie campagne repressive sommarie, con rapidi processi o giudizi estemporanei dei comandanti senza il conforto di accertamenti approfonditi, immediate sentenze di morte, fucilazioni di gruppo sulla base di sospetti e persino decimazioni nel caso di mancato reperimento dei responsabili, a guisa di monito per i compagni di trincea. I numeri sono specificati nella relazione che accompagna il Ddl: 325.527 individui processati durante il conflitto mondiale, di cui 262.481 soldati, 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra, per una stima di verdetti di condanna che si aggira intorno al 60%; nel complesso di questi pronunciamenti, 4.028 sono i ricorsi alla pena capitale, anche se, tra procedimenti in contumacia, fughe degli imputati e commutazioni della pene, le esecuzioni effettive furono 750. In aggiunta a questi decessi, però, sarebbero da contare altri 350 individui giustiziati in maniera più sbrigativa.

Il Ddl

“È avviato d’ufficio, in deroga a quanto disposto dagli articoli da 178 a 181 del codice penale e 412 del codice penale militare di pace, il procedimento per la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima Guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale per i reati previsti nei capi III, IV e V del titolo II del libro primo della parte prima del codice penale per l’esercito, approvato con regio decreto 28 novembre 1869“.

Il comma 1 dell’articolo 1 entra subito nel vivo della questione, andando a delineare un progetto di ripristino dell’onore per le particolari categorie di condannati facenti riferimento ai capi di “Reati in servizio”, “Disobbedienza, rivolta, ammutinamento e insubordinazione” e “Diserzione”.

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Evocativi a riguardo alcuni passaggi di circolari firmate dal Generale Cadorna: “Il superiore ha il sacro diritto e dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Per chiunque riuscisse a sfuggire a questa salutare giustizia sommaria, subentrerà inesorabile quella dei tribunali militari", e ancora, sulle decimazioni volte ad educare le truppe, si faceva riferimento a “il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati e punirli con la pena di morte”.

Certo è solo, per ora, che il Ddl verrà discusso dopo il referendum.