Alla fine della trasmissione, Matteo Renzi deve aver rimpianto il "teatrino" della scorsa settimana con il giornalista Marco Travaglio, durante il quale si era trovato più a suo agio sul terreno del dibattito politico fazioso, rispetto alle domande e al tono (del professore verso lo "scolaretto"), avuti da Gustavo Zagrebelsky durante lo "Speciale Referendum Sì o No" in onda su La7.

Il costituzionalista - di certo non avvezzo al mezzo televisivo - ha utilizzato, soprattutto all’inizio, un linguaggio troppo farraginoso, con numerosi rimandi ai testi giuridici e ad alcuni tecnicismi formali; discorsi più adatti ad una lezione di diritto costituzionale, e non ad una trasmissione dai tempi più stringenti.

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Sintetizzando l'intervento del professore, questi teme che il "combinato disposto" tra legge elettorale che assegna il 55% dei seggi a chi vince il ballottaggio (anche se Renzi promette dei cambiamenti su questo ed altri punti dell'Italicum), e il #Senato delle autonomie senza più il bicameralismo perfetto, sarebbe un vulnus per la Democrazia, con competenze ancora da chiarire, ed una composizione dei senatori che cambierebbe ad ogni nuova elezione comunale e regionale.

A questo si aggiunge l'oggettiva difficoltà dei futuri senatori nel poter svolgere compiutamente entrambe le mansioni a Palazzo Madama e nei loro assessorati, senza creare una sovrapposizione tra i due compiti.

Zagrebelsky: passiamo da una democrazia ad una oligarchia

È questo lo spauracchio ventilato agli italiani, mentre Renzi, che deve limitarsi a dirsi offeso ma senza poter togliere la "giacchetta istituzionale", anche grazie a Mentana interloquisce con il freno a mano tirato, utilizzando due buone argomentazioni quando ricorda che proprio il professore proponeva, in passato, una legge elettorale molto simile all’Italicum, mentre ora ha firmato un appello - insieme a 56 giuristi - riguardo il pericolo di una svolta autoritaria.

Renzi ha ammesso di aver commesso un errore grave nel personalizzare la consultazione referendaria.

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Tuttavia, non ha chiarito benissimo molti punti in chiaroscuro nell'articolo 70, che secondo molti risulta troppo farraginoso nel decretare poteri e competenze del nuovo Senato. Ed è stato proprio questo il punto focale del dibattito: secondo il costituzionalista, Renzi si illude che, modificando la Costituzione, si creerà stabilità "perché il problema è la complessità politica. È un'illusione di chi si sente debole e vuole regole che lo rendano forte".

Il Premier ha ribattuto che "con la riforma si semplifica la vita delle persone e si riducono i costi della politica", rammentando i 63 governi in 70 anni, con una riforma attesa dai tempi della bicamerale di D’Alema. L'idea renziana è una semplificazione del sistema italiano senza bicameralismo paritario, come avviene in Francia e Germania, con una sola camera elettiva (anche se il Bundestag è composto da rappresentanti che possono farsi sostituire), e con leggi che verrebbero approvate più rapidamente.

Due "Italie" inconciliabili sulla Democrazia

Tranne che sull'abolizione del Cnel e sull'abrogazione del Titolo V (cambiato nel 2001 tramite un referendum), i due sembrano (giustamente) essere d’accordo, ma per il resto è un muro contro muro.

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Un peccato che non sia stato possibile approfondire il discorso sui quesiti referendari: sarebbe stato più giusto dare agli italiani, in vista del 4 dicembre, maggiori informazioni sulla scelta, senza cristallizzarsi su un "Sì" o "No", con gran parte dell’elettorato ancora indeciso e poco informato. L'augurio è che a questa seguano altre trasmissioni dello stesso tipo: si deve andare oltre un mero voto pro o contro il governo, entrando maggiormente nel merito della riforma. 

  #Matteo Renzi #referendum costituzionale