L’attuale articolo 117 della nostra Costituzione, nato dalla riforma del Titolo V del 2001, ha introdotto il concetto di legislazione concorrente, stabilendo che per alcune materie, tra cui la sanità, lo Stato definisca i principi fondamentali e le Regioni siano chiamate a legiferare in piena autonomia, nel rispetto della Costituzione, dell’ordinamento comunitario e nel rispetto dei principi fondamentali delle leggi statali.

Cosa cambia nella sanità con la riforma costituzionale?

Questo stesso articolo, con la #riforma costituzionale, approvata dal Parlamento il 12 aprile e soggetta a referendum popolare il 4 dicembre, va a cambiare; la riforma attribuisce allo Stato la potestà legislativa esclusiva in materia di determinazione dei livelli essenziali e generali delle prestazioni per la tutela della salute.

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Alle Regioni spetterà, invece, potestà legislativa in materia di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari.

Lo scopo “apparente” di questo cambiamento sarebbe quello di garantire una maggiore uguaglianza, in materia sanitaria, dal momento che essa verrebbe, principalmente, coordinata dallo Stato centrale ma, in termini pratici, non è così. A spiegarne i motivi vi sono alcuni esponenti del Comitato per il No.

Le falle della riforma in materia sanitaria

Sulle regioni graverebbe l’onere di gestire la tutela della programmazione e dell’organizzazione dei servizi sanitari, elemento fondamentale per la riuscita di un buon sistema sanitario ma non solo, stabilendo, lo Stato centrale, i criteri fondamentali, come faranno le regioni più povere a organizzare servizi sanitari in modo da adeguarsi ad un livello nazionale alto e uguale di protezione sanitaria senza alcun intervento economico reale da parte dello Stato?

Se lo Stato, in primis non applica delle correzioni in senso equitativo, le Regioni dovranno continuare a provvedere da sole a finanziare le funzioni loro affidate.

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Questo significa che le Regioni più povere, quelle che hanno una domanda sanitaria molto elevata ma che registrano una scarsa capacità contributiva, sono anche quelle che hanno meno risorse da investire in servizi sanitari. Si registra cioè un rapporto inversamente proporzionale tra bisogni dei cittadini e risposta sanitaria.

Quale sarà l’esito di tutto questo?

Alcuni dirigenti sanitari si troveranno a fare i conti con livelli di prestazioni e assistenza determinati dallo Stato, impossibili da mantenere nelle regioni più a disagio; l’unico modo per sopperire a questo inconveniente, ovvero l’assenza di fondi necessari, sarebbe quello di aumentare l’imposizione fiscale, già di per sé insostenibile per redditi medi molto più bassi, che graverà sui cittadini #sanità #Matteo Renzi