Stanotte Matteo Renzi si è dimesso dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, non appena preso atto della sonora sconfitta nelle urne referendarie. Oggi, l’incontro con Sergio Mattarella per formalizzare la sua decisione. Domani, invece, un’infuocata direzione del Pd. L’ormai ex premier rischia di dire definitivamente ‘#ciaone’ alla vita politica italiana e, con lui, tutti quelli che si erano schierati apertamente con la sua ‘narrazione’ politica. In primis la ‘madrina’ della riforma bocciata dagli italiani, #Maria Elena Boschi che, questa mattina su Facebook, non molla, ma rilancia promettendo di mettersi “al lavoro per servire le Istituzioni”.

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Il suo destino politico è comunque appeso ad un filo, così come quello dell’ispiratore occulto della ‘schiforma’ #Giorgio Napolitano, del braccio destro Luca Lotti e degli altri renziani per interesse come Alfano, Verdini e Casini.

Da Alfano a Verdini, i renziani sconfitti in ordine alfabetico

La lista dei politici ‘trombati’ dal referendum si apre con Angelino Alfano, il leader del micro partito Ncd, inchiodato da anni alla poltrona di ministro dell’Interno pur non essendo mai passato dalle urne, che ora rischia di trovarsi escluso dal centrodestra che verrà. Abbiamo già citato Maria Elena Boschi, ministro proprio delle Riforme appena passate in cavalleria che, in verità, già da un anno ha visto appannarsi la sua stella, da quando esplose lo scandalo Banca Etruria nel novembre 2015.

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Oggi, la ministra caduta in disgrazia, prova ad allungare la sua agonia scrivendo su Facebook: “Al lavoro per servire le Istituzioni. Mettiamo al sicuro questa legge di bilancio”. Ma l’approvazione della Finanziaria potrebbe davvero essere il suo ultimo atto politico.

Menzione particolare fa fatta per Ernesto Carbone, uno dei ‘bravi’ renziani autore del famoso hashtag ‘ciaone’, postato dopo il mancato quorum raggiunto dal referendum sulle trivelle nell’aprile scorso. Da ieri notte il suo profilo twitter è subissato da un corale ‘controciaone’ al quale risponde mestamente rilanciando il tweet dell’addio di Renzi. Menzione particolare per il politicamente immortale Pier Ferdinando Casini che, questa volta, ha veramente intonato il suo canto del cigno. A vedere infranti i sogni di gloria, magari materializzati in un seggio nel Senato dei nominati, è anche Vincenzo De Luca. Il governatore della Campania, spudorato elogiatore del clientelismo, compirà già un miracolo se riuscirà a conservare la poltrona campana.

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Anche le martellanti invettive del piemontese ‘Si Tav’, Stefano Esposito, rischiano di rimanere solo un lontano ricordo. Stesso discorso per il faccione tronfio di boria di Emanuele Fiano, perpetuamente insediato negli studi televisivi a tessere le lodi di un renzismo ormai sgonfio. Di Luca Lotti si può dire che, così come nell’ombra era giunto nelle stanze dei bottoni, allo stesso modo potrebbe ora uscirne. Di Giorgio Napolitano nessuno capirà mai fino in fondo le ragioni che hanno spinto l’anziano ex presidente della Repubblica a legare il suo nome ad un ‘pasticcio costituzionale’ sonoramente respinto dagli italiani. Citazione particolare per Andrea Romano, anche lui deputato alla propaganda mediatica con risultati disastrosi. Last, but not least, il nome di Denis Verdini, il berlusconiano venuto in soccorso del conterraneo toscano che, invece dei fasti di governo, rischia ora di ritrovarsi con le manette ai polsi a causa dei molti processi dai quali cercava una via di fuga ‘istituzionale’.