Via l’impresentabile Pudzer, arriva Alexander Acosta, per ricoprire il ruolo di ministro del lavoro degli #Stati Uniti d’America. Gli scheletri nell’armadio dell’affarista sessantaseienne hanno causato non poco imbarazzo ai senatori repubblicani: accuse di abusi sui dipendenti, una denuncia per violenze domestiche, l’assunzione di una colf immigrata clandestinamente. Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti decide quindi di cambiare rotta, affidando la poltrona al magistrato di origini cubane. La decisione giunge nel mezzo delle polemiche per i provvedimenti anti-immigrati che stanno infiammando la società civile Usa, tra blocchi degli ingressi, espulsioni e il tanto discusso muro al confine con il Messico.

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Acosta è noto per le sue battaglie sindacali e in difesa delle minoranze etniche, in particolar modo, per essersi espresso in difesa della libertà di religione. Posizione che potrebbe apparire come un’apertura nei confronti della popolazione islamica, finita nell’occhio del ciclone trumpista fin dai primissimi tempi della corsa alla presidenza.

Classe 1969, Laurea ad Harvard, praticantato nello studio di Samuel Alito (attuale giudice della Corte Suprema) e una carriera da avvocato, Acosta è arrivato alla nomina di Procuratore Generale aggiunto presso la divisione Diritti Civili del Dipartimento di Giustizia. Decano dell’Università Internazionale della Florida e presidente della Century Bank, è tra i cinquanta ispanici più influenti degli Stati Uniti d'America. Il vero fiore all’occhiello del candidato ministro sono i processi che lo hanno visto protagonista negli Stati del sud: tra lobbisti condannati per frode, terroristi, politici corrotti e boss dei cartelli, la lista dei casi chiusi è lunga.

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Nomina di facile approvazione o specchietto per le allodole? Difficile stabilirlo, ma la stonatura è evidente, se si pensa all’endorsment ricevuto da Trump ai tempi della corsa presidenziale, firmato Ku Klux Klan, il gruppo per la supremazia bianca famoso per l'abbigliamento folkloristico, la violenza e le posizioni apertamente xenofobe. Occorre inoltre ricordare che Acosta è un uomo ricco e influente, nato negli Stati Uniti d'America. Per quanto progressista rispetto ai compagni di schieramento, rimane lontano anni luce dagli hombres che la politica trumpista considera un ostacolo alla ripresa economica e sociale Usa. Difficile immaginare che possa segnare un significativo cambio di rotta, se il vascello repubblicano punta dritto a un solo obiettivo: "Make America great again". A ogni costo. #immigrazione #Donald Trump